—No, ella deve esser qua. Abarima!—
La fanciulla era andata per l'appunto alla fontana. La voce del padre la richiamò tosto verso la casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle movenze come una gazzella, accorse ella, stringendosi i capi della sua breve mantellina intorno alla vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo padre.
—Mia dolce figliuola!—mormorò il vecchio.—Amore di Tolteomec!
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—E di tutti coloro che la vedono;—soggiunse Damiano, parendogli che in quel punto non disdicesse una frase galante.
—Sì, bella e buona;—rispose il vecchio.—Ora io vi lascio. Tu, Abarima, offrirai il pane di cassava al nostro ospite, e i frutti più saporiti. Egli partirà, perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa dei figli del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto della famiglia, sarò felice di vederlo alla mia tavola.—
Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri quell'Argo, quell'Acrisio selvaggio, ed anche a capire che tanta vigilanza su quella Danae dalla pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale della sua sollecitudine eccessiva per l'ospite.
Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano si disponeva a far vendetta allegra di tutte le ore che aveva dovuto passare senza vederla.
—Vieni,—diss'ella,—il pane di cassava ti attende.
—Non ho fame;—rispose Damiano.