—Ed anche voi, ragazzi;—rispose a bassa voce Cristoforo Colombo.—Buona guardia.
—E san Giorgio valente vi conceda vittoria sui vostri nemici;—disse Damiano, parlando nel vernacolo della sua città natale.
—Ah!—esclamò l'almirante, fermandosi.—I miei genovesi?
—Sì, messere, e desiderosi di parlarvi. Se non era questa occasione, avremmo chiesto domattina di essere ammessi alla vostra presenza.
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—Cose gravi, dunque? e da non potersi confidare al pilota?
—Gravissime, e vorremmo che non le sapesse neanche l'aria. Guardatevi, messere! C'è del torbido, a bordo.
—Lo so, ragazzi, lo so. Da più giorni ho dovuto avvedermene. Gente ignorante ed ingrata! che ci volete fare? Un giorno i più lievi segni del mare e del cielo, segni che non persuadono me, offrono a loro una certezza maravigliosa di approdo imminente. Un altro giorno una cosa da nulla, mettete anche la costanza del buon tempo, me li sbigottisce come i bambini un racconto della balia, quando non ardiscono più spiccarsi dalle sue ginocchia per andare nel fondo della stanza. In verità, figliuoli miei, non avrei mai creduto così debole la fibra umana. E voi, come fate a non seguire l'esempio degli altri?
—Noi? noi.... è un'altra cosa!—rispose Damiano.—Noi abbiamo fede nel nostro Genovese.
—Abbiatela in Dio;—rispose l'almirante.—Da lui vengono le grandi idee alla mente; da lui i forti propositi al cuore dell'uomo.