—Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicati turey. È una maledizione, oramai. Tutte queste figliuole del nuovo mondo amano i capegli d'oro. E quelle del vecchio, niente?... Ah, se ritorno in Europa, com'è vero Dio, mi faccio radere come una pelle di capretto, e mi compero una parrucca, per fare la mia bella figura tra le genti. Vedrete allora, mie belle capricciose, che capelli d'oro filato saranno i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà andarsi a nascondere. Ma ci vorrà del tempo, ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l'acqua chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono un buon figliuolo, e non voglio dar noia a nessuno. Sono anche capace di un atto eroico. Tutto sta a prendermi per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo. Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente, come la diresti al sacerdote del grande Spirito, quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?
—Io non t'intendo;—rispose Abarima, che era stata fin allora a sentirlo con gli occhi tesi, ma non venendo a capo di nulla.
—Ti domando se ami Cosma.
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—Cosma è bello;—rispose Abarima.
—E viva la tua faccia!—gridò Damiano.—Tu almeno, figlia delle isole dell'Oceano.... Ma no, che dico io? Anche in Europa si dànno, questi esempi d'audacia. Non creder dunque che la sincerità sia privilegio dei tuoi paesi.
—Che dici?—chiese Abarima, che ritornava a non intendere.
—Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria. Tu dunque lo ami. E se egli chiedesse di sposarti?...—
Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia e rannicchiò il collo tra le spalle.
—Brava!—esclamò Damiano.—Io aspettavo che tu mi rispondessi: Tolteomec comanda.... quello che Tolteomec vuole.... il grande Spirito.... la luna piena.... Brava la mia principessa selvaggia! Ma io ho il dolore di doverti dire una cosa, Abarima taorib.... una cosa che ti raffredderà un pochettino il sangue nelle vene. Il mio amico Cosma non può amare la figliuola di Tolteomec.—