—Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai, non c'è altro che capegli d'oro. E si dànno via, come le perline di vetro, come i sonagli di bronzo. Ami una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito si taglia una ciocca dei suoi capelli d'oro, e te ne fa un presente. Domanda a Cosma che ti faccia vedere quella ciocca di capelli d'oro, che porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che bellezza! Ma già, capisco che tu vorrai sapere la storia di Cosma, la storia dei suoi amori, non è vero?—
Abarima stava con tanto d'occhi a guardarlo, come se volesse cavargli le parole di bocca. E ne capiva così poche! Damiano s'ingegnava come poteva, a farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta in tutt'altro idioma da quello di Haiti.
—Incomincio,—riprese Damiano,—Il mio buon Cosma è nato a Genova. Non sai che cosa sia Genova? È un bohio, come questo, ma venti, trenta volte più grande. In quel bohio, che si chiama Genova, [pg!260] lo zio di Cosma è doge. Sai che cosa è il doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?
—Racconta;—disse Abarima.
—Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all'età di vent'anni, volle studiar medicina. Sai che cos'è la medicina? È l'arte di guarir le malattie del corpo, o di lasciarle durare, aspettando che il grande Spirito le guarisca lui. Il medico è quello che conosce la virtù delle erbe....
—E dice le parole magiche;—soggiunse Abarima;—t'intendo.
—Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza rara. Torniamo dunque a Cosma. Egli partì da Genova, per andare a Pavia, dove poteva studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia è una vecchia abitudine per noi naturali di Genova, fin dal tempo che il re Liutprando ci portò via i resti mortali di sant'Agostino.... Ma tu non capisci queste cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire. Oltre di che, ci vorrebbe un corso di storia.... Bene, capisci quello che puoi, e lascia stare il rimanente. Anch'io ero a Pavia; c'ero prima di Cosma, e soltanto in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo naturali dello stesso bohio; ci legammo subito in amicizia; studiavamo insieme, o fingevamo di studiare, che finalmente è tutt'uno. L'arte è lunga, si sa; ma quando si hanno i vent'anni, pare anche lunga la vita.—
Abarima non capiva più, e non si studiava neanche di capire. A Damiano parve anzi di vedere che ella reprimesse uno sbadiglio.
—Questi particolari ti annoiano, non è vero? E tu vorresti sbadigliare, deliziosa selvaggia? Sbadiglia pure liberamente, e consentimi soltanto di bere quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro.—
Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma [pg!261] anche un atto di Damiano, che veramente meritava il garofano di cinque foglie.