Damiano frattanto infilava la discesa, per ritornarsene a bordo della Nina. Cosma era laggiù, seduto sul cassero di prora, accanto all'interpetre Cusqueia. Un'occhiata corse tra i due, e dopo l'occhiata un cenno di saluto, breve breve, secondo l'uso di quegli ultimi giorni. Ma se in Cosma un certo riserbo era abituale, non doveva parere egualmente naturale l'arcigna taciturnità di Damiano, che era sempre tanto espansivo, non solamente nell'allegria, ma ancora nella tristezza. Cosma, per altro, non mostrò di far caso della taciturnità di Damiano. E questi, vedendolo accanto all'interpetre, disse stizzosamente tra sè:

—Studia, bambino! studia l'haitiano, e fatti onore. Ci starai tu, nell'isola, e magari la imbiondirai. Quanto a me, non vedo l'ora di scioglier le vele.—

Quella sera, il nostro Damiano si buttò nel suo rancio prima del solito. Non voleva pensare a nulla, e mezz'ora dopo russava come un mantice. Ma i molesti pensieri che non aveva voluto accogliere desto, lo visitarono addormentato. Damiano sognò che Abarima si attaccava ai panni di Cosma, e che Cosma era stato obbligato a sposarla, per alta ragione di governo. Infatti, dipendeva da quel matrimonio la quiete della piccola colonia spagnuola nell'isola di Haiti. Le nozze si celebravano in chiesa. [pg!278] In una chiesa che non c'era ancora; ma si sa, il sogno non bada a queste piccolezze, e quello che non c'è, se lo fabbrica. Gli sposi erano dunque in chiesa, davanti all'altare, e Cosma stava mettendo l'anello rituale al dito di Abarima, quando si udì una sonora risata, che fece voltare tutti gli astanti. Catarina Bescapè compariva da una navata laterale, e, seguitando a ridere, si avvicinava agli sposi; faceva a Cosma un inchino canzonatorio, poi si accostava alla figliuola di Tolteomec, la guardava ironicamente, la fiutava sopra una spalla, e poi torceva il viso, dicendo: «Che olio usate, ragazza mia? che olio usate, per farvi la pelle lucida?» E il cavaliere di madonna Catarina, il vecchio e sofistico legista Giasone del Maino, aggiungeva del suo, rivolgendosi a Cosma: «Ragazzo mio, perchè non aspettare che madonna Catarina si fosse annoiata di me? Ella è vedova; potevate sposarla voi. Quanto a me, lo sapete, io voglio restar celibe, aspettando che il papa mi mandi il cappello di cardinale.»

A farvela breve, Damiano sognò un visibilio di sciocchezze, sul far di queste, che vi ho fedelmente riferite. La mattina seguente, si svegliò con la testa pesante, ma felice di essersi liberato da tutte quelle immagini sciocche. Balzato dal suo rancio e uscito in coperta, trovò l'almirante che si disponeva a scendere nel palischermo.

—Signore,—gli disse,—voi andate alla fortezza?

—Sì, messer Damiano,—rispose Cristoforo Colombo.—Volete forse accompagnarmi?

—Un tratto di strada, se permettete; fin lassù ed oltre, se è per vostro comando.

—Eh, senza comandarvelo, desidero che veniate. Oramai il lavoro è finito, e non sarà male che ci intendiamo per la distribuzione delle parti.

[pg!279]

—Ah, sì, le parti.... sicuramente, bisognerà distribuirle;—disse Damiano, seguendo sul palischermo il suo grande concittadino.—Ma appunto per questo, signor almirante....