—O non ha l'aria, questo caro ed amato Cosma, di volermi chiamare.... Tolomeo?—
Cristoforo Colombo si mosse, per ritornare al villaggio. Damiano a sua volta si scosse, e in compagnia di Cosma seguì la brigata. Guacanagari aveva convitati quel giorno tutti i suoi amici Spagnuoli nella residenza reale. La casa, sicuramente, per quanto fosse spaziosa, non sarebbe bastata ad accoglierli tutti; ma il savio cacìco aveva fatte disporre le mense in giardino, e là c'era posto per dugento, magari per cinquecento persone.
L'almirante e i suoi ufficiali notarono con grata maraviglia che il loro ospite aveva copiate le usanze d'Europa, da lui osservate a bordo della Nina, facendo stendere sulle tavole dei pezzi di cotone tessuto, a guisa di tovaglia. Quanto ai sedili, non aveva avuto da copiar nulla, poichè i sedili c'erano, in [pg!293] Haiti, e più belli e più ricchi a gran pezza di quelli che aveva l'almirante nel suo castello di poppa. S'intende che al banchetto di Guacanagari i sedili non erano tutti intagliati e ornati d'oro, come i due che si vedevano destinati al cacìco e al suo ospite. Tutte le case dei notabili avevano data la parte loro di sedili, per modo che ogni invitato potè trovare il suo posto, e aspettare comodamente le imbandigioni della cucina Haitiana.
Alla tavola, o, per dire più veramente, alle tavole di Guacanagari non sedevano donne. E questo fece piacere a Damiano; quel piacere agro dolce con cui si usa di assaporare la mancanza di una noia alla quale eravamo già predisposti, credendola inevitabile.
Ci sono dei dolori che vegliano, e dei dolori che dormono. Lascio i primi, e mi fermo ai secondi, per dire che essi stanno in noi, e non si fanno sentire, se non quando è toccata e tormentata la parte del corpo in cui hanno posto dimora. Così era un certo dolore di Damiano. A patto di non vedersi davanti agli occhi Abarima, la capricciosa selvaggia, egli si sentiva abbastanza tranquillo.
Una pena in apparenza più forte era per lui in quel momento l'idea di doversi separare tra poche ore da Cosma. Erano concittadini, erano amici, si erano ritrovati per tanto tempo a vivere insieme, a pensare insieme, ed anche, pur troppo, ad amare insieme. Son cose, queste, che imprimono carattere, e diventano in noi come una seconda natura. Senza quel tormento di Cosma ai fianchi, come si sarebbe sentito solo! Pari di condizione, avevano fatti i medesimi studi; da sei o sette anni non si erano lasciati per un giorno intiero. Non andavano sempre d'accordo, oh no! se ne dicevano qualche volta di crude e di cotte; ma infine, a questo trattamento [pg!294] scambievole si erano anche avvezzati. Tutto ciò, da un momento all'altro, sarebbe finito.... E perchè? perchè a lui, Damiano, era piaciuto di restare in Haiti e di sposare una pelle rossa; perchè a Cosma era saltato in mente di restare anche lui, e di guastargli le uova nel paniere. Ed egli, Damiano, si era seccato, aveva risoluto di andarsene, lasciando l'amico nella trappola che questi aveva immaginato di tendere a lui. Il tiro, perbacco, era da furbo; ma non era, perdiana, da amico. Damiano incominciava a sentirsi nel fondo dell'anima la puntura di un piccolo rimorso, e immaginava che il giorno seguente, a bordo della Nina, quella puntura gli sarebbe diventata una piaga.
Povera amicizia, che i poeti hanno cantata come un amore senz'ali! Fate che una donna si metta di mezzo, e vedrete dove va l'amicizia. Il che, forse, prova che l'amicizia è un sentimento superficiale, incompiuto, artificiale in gran parte. Certo, non è un sentimento originale, connaturato nella specie umana. Se lo fosse, Domeneddio avrebbe disposte diversamente le cose; prima di fare quel grande miracolo che sapete, avrebbe creati e messi a discorrere insieme due uomini. Non vi pare?
Questi ed altri pensieri consimili chetarono lì per lì i rimorsi del nostro Damiano. Del resto, l'allegria d'un banchetto non è fatta per lasciar pensare a lungo; e molte tristezze ad una cert'ora vanno affogate nella varietà dei discorsi che escono di cento bocche, e delle bevande che entrano in cento stomachi assetati. Per quel giorno Damiano faceva a fidanza coi liquori del Nuovo Mondo; dal liquore del cocco fermentato, a quello del palmizio distillato, li accettò tutti ad occhi chiusi. Intorno a lui, così facevano tutti. Lo stesso almirante, che aveva capito dove si andasse a parare con una refezione finale [pg!295] in casa di Guacanagari, aveva annunziata la partenza per quel giorno, ma solamente per potere ad una cert'ora far suonare a raccolta; nell'animo suo era già fermo il proposito di lasciar dormire quella sera la sua gente nei ranci, rimandando la partenza al mattino seguente. Ignoravano questa concessione i marinai; ma si erano governati come se ci contassero sopra; e bevevano, e ridevano; e qualcheduno, più tenero, incominciava a piangere la lagrimetta affettuosa dell'amicizia inumidita, anzi diciamo pure inzuppata.
E proprio allora, Dio misericordioso, dovevano capitare le dame? Spettatrici lontane, sì, appostate fra gli alberi, ma pur sempre spettatrici. Damiano intravvide tra quelle graziose ma inopportune creature, la sua bella e crudele Abarima.
—Che vuole costei?—borbottò egli tra i denti.—È venuta a farsi beffe di me? Mi vedrai ridere, cara, mi vedrai ridere di gusto, come non ho riso mai, dacchè sono cascato in questa valle di lagrime. Caro il mio Sancio Ruiz,—diss'egli, al suo vicino di destra,—versami da quella amabile zucca una goccia di liquore, ma che non sia una goccia da avaro. Sento che mi rinfresca il palato. Va giù come l'acqua. Ottima è l'acqua; lo ha detto Pindaro. Non conosci Pindaro, amico Sancio? È un poeta greco, che ha detto molte cose, ma tutte assai meno chiare di questa.—