—È giusto, e tu parli come un libro;—rispose Damiano, saltando dal suo rancio, dove fino allora ora rimasto seduto.
Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma con passo sicuro, e Damiano barcollando un pochino. Non aveva nulla; ma si sentiva un po' vuota la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante del solito. L'equilibrio delle parti era per conseguenza turbato. Ma l'aria aperta lo rinfrancò, e più la necessità di star saldo, alla presenza del signor almirante.
Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta, entro il castello di poppa. Là dentro c'era posto [pg!306] solamente per lui e per un tavolino, su cui l'almirante teneva le sue carte nautiche spiegate e il suo giornale di bordo. Quella volta c'era un personaggio di più; non fu senza meraviglia che Cosma e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello di Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec, insomma, il vecchio Tolteomec, che piangeva, come un vitello giovane, strappato dalla poppa materna.
L'almirante non pareva di buon umore. I due marinai fiutarono subito il vento della burrasca, e non osarono neanche domandargli che cosa volesse egli da loro.
—Messeri,—incominciò l'almirante,—una fanciulla del villaggio di Guacanagari è stata rapita questa notte. Da voi, forse?
—Da noi, signor almirante?—gridò Cosma, levando la fronte.—Noi non abbiamo più lasciata la caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo imbarcati prima di voi.
—È vero, questo; vi avevo ben veduti;—rispose Cristoforo Colombo.
Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che stava lì mezzo ingrognato e mezzo piangente, gli disse:
—Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto salire a bordo questi uomini che tu accusi; ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello che io già sapevo di loro.
—Mia figlia?—gridò Tolteomec.—Voglio mia figlia.