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Non aveva parlato ad alta voce; pure l'almirante lo udì.

—E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia il piacere di star zitto;—diss'egli, in dialetto genovese, volgendosi dalla parte di Damiano, ma senza guardarlo in viso.

Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che potè; arte insegnata all'uomo dalla lumaca e dal riccio.

Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola per un braccio, facendo prova di tirarla fuori. Ma ella si mise a piangere, ad urlare, a strillare che non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan, lei, voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli del cielo; e volgeva a Cosma delle occhiate supplichevoli, che Cosma non vedeva, poichè guardava ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l'amico Damiano, per cui erano tante trafitture ai precordii.

—Senti, bambina....—disse Cristoforo Colombo.—Sii buona, obbedisci a tuo padre. Diglielo tu, interpetre,—soggiunse, volgendosi a Cusqueia,—diglielo tu, che una buona ragazza deve obbedire a suo padre; altrimenti il grande Spirito la punirà.—

Cusqueia si provò a tradurre l'ammonizione. Ma la capricciosa selvaggia non aveva mestieri di traduzioni; intendeva il testo, leggendo negli occhi alla gente.

—Obbedirò;—diss'ella.—Mi portino via; ma questo sarà segno che si vuole la mia morte.

—Che cos'è che tu dici, Abarima?—gridò Tolteomec.—Pensi tu ciò di tuo padre?

—Io penso,—rispose Abarima,—che voglio andare in Azatlan. Volete che io ritorni in Haiti? Ritornerò; ma di lassù, da quella rupe che pende sul [pg!311] mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa, come la figlia di Niguana.—