—Smettila, col tuo latino;—brontolò Cosma.—E lasciami in pace, se non hai altro che chiacchiere da offrirmi in rimedio.—
Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove era stata tenuta quella piccola conversazione.
—Vedete che pretese!—disse Damiano tra sè.—Viene a mettersi tra me e la figliuola di Tolteomec; fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole che io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a me, sono come l'uomo che ha cenato; prendo il fresco e me ne vado a letto.—
Damiano parlava per figura; nel fatto, non era l'ora di andare a letto, sebbene fosse quella di prendere il fresco. Le áncore erano state salpate; gli uomini d'albero avevano spiegate le vele, e la Nina incominciava a sentire l'impulso del vento.
Si faceva rotta per levante, andando verso un alto promontorio, coperto di verzura, in forma di padiglione; il quale, per essere unito alla Spagnuola da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava da lontano ad un'isola piramidale. Cristoforo Colombo, ricordando l'arcipelago del Tirreno, diede a quel promontorio, che pareva un'isola, il nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto, crediamo noi, per miracolo. Infatti, di tanti altri nomi che il grande scopritore impose ad isole e [pg!316] coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati. «Tanto fa!», può dir egli, dal luogo di pace in cui vive il suo spirito. «Non han dato il nome di un altro a tutta quella parte di mondo che ho scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida malevolenza degli uomini?»
Il vento, che era scarso da principio, ma pareva favorevole, si voltò ben presto contrario. La Nina fu costretta a temporeggiare due giorni in una vasta baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6 incominciò a spirare un fil di vento da terra, e l'almirante si rimise in cammino. Ma quel po' di vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò che per quel giorno il meglio fosse di restare in attesa. Noiose giornate, quando il marinaio aspetta il vento; noiosissime, quando il vento, dopo essersi fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz'ora e vi pianta lì sul più bello! I marinai dell'antichità ci avevano almeno la consolazione di attaccare quattro moccoli all'indirizzo di Eolo; ai moderni questa consolazione è mancata. È vero, per altro, che hanno trovato dei succedanei.
A bordo della Nina fu presto dimenticata quella piccola contrarietà meteorologica. Un marinaio, che stava in vedetta sull'albero maestro per iscoprire le secche, gridò che scorgeva in lontananza una vela. Corsero tutti a proravia; alcuni s'inerpicarono sulle sartie; tutti guardavano all'orizzonte, dove il marinaio di vedetta aveva indicato. Non c'era alcun dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella, e quella caravella era la Pinta, la scomparsa, la irreperibile Pinta.
Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo, e il giubilo, il tripudio dei suoi marinai. Tra questi, meno tripudianti, ma più profondamente lieti, erano Cosma e Damiano,
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—Caro mio;—diceva Damiano all'orecchio di Cosma;—questo è il rimedio che tu volevi da me. Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sulla Nina, siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare. O i principi selvaggi, o noi.... è naturale.—