La Pinta aveva il vento a seconda, e veniva a golfo lanciato verso la Nina. Cristoforo Colombo l'aspettò un'ora, quanto occorreva per farsi bene avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al sorgitore che aveva abbandonato quella mattina. La Pinta capì che egli faceva ciò, non potendo lottare col vento contrario, che a lei serviva così bene, e lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni erano accostati, e Martino Alonzo Pinzon saliva a bordo della nave capitana.
Fu allora uno strano dialogo tra lui e l'almirante; un dialogo in cui l'uno faceva discorsi a perdifiato, e l'altro rispondeva a monosillabi. Martino Alonzo sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione; e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla involontaria; parlava di grandi cose che aveva fatte, non potendo ritrovare l'almirante, di regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava, e aveva l'aria di aspettare un premio, se non per il merito suo, per la fortuna che lo aveva assistito. L'almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e accettava in silenzio le scuse; a tutto l'altro rispondeva con brevi cenni del capo.
Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo confermavano l'opinione che egli avesse volontariamente disertato, mosso com'era da un sentimento di cupidigia. Separandosi dalla Nina, egli aveva fatto vela verso levante, cercando un'isola immaginaria di cui i selvaggi imbarcati sulla Pinta gli andavano magnificando i tesori. Dopo aver perduto un po' di tempo in mezzo ad un gruppo d'isolette [pg!318] (forse le Caiche) era stato condotto alla costa di Haiti, dove si era fermato tre settimane, trafficando in più luoghi coi naturali, e più particolarmente in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore in cui era rimasto l'almirante, dopo il naufragio della Santa Maria. Martino Alonzo aveva ammassato oro in gran copia, serbandone la metà come capitano, distribuendone l'altra ai suoi uomini, di cui per tal modo intendeva assicurarsi la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole, abbandonava il fiume, traendo seco quattro naturali e due giovani donne da lui prese a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva di non avere avuto alcun cenno della presenza di una nave nelle acque di Haiti; e protestava di essersi mosso per l'appunto alla ricerca dell'almirante, quando (vedete combinazione fortunatissima!) lo aveva avvistato nelle acque di Montecristo.
Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure di non credere alle sue scuse. Perduta ogni confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare in Ispagna, senza spendere il tempo in altre scoperte. E per disporsi al viaggio, mandò a fare provvigione di legna e d'acqua sulle rive di un fiume che metteva foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il nome che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo lo chiamò rio dell'Oro, per le pagliuzze di marcassita che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il Santiago.
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[Capitolo XVII.]
Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.
Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della figliuola una risoluzione troppo forte, e l'animo suo la sopportava male. Seduto di continuo sul castello di prora, per concessione del signor almirante, che voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor conto, egli non faceva altro, durante il giorno, che guardare la terra da cui si allontanava. Fino a tanto la Nina, tra l'andar poco e il non andare affatto, restava a ponente dalla penisola di Montecristo, il fratello di Guacanagari aveva nel suo stesso dolore un conforto; la terra da cui si allontanava, egli l'aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino del 9 gennaio, essendosi svegliato da capo il vento di terra, la caravella spiegò nuovamente le vele e si mosse per andar oltre. Voltato il promontorio di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo di paese a lui caro, non vedeva più i poggi, le colline, i gioghi risalenti via via dalla spiaggia del mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal centro della sua isola natale.
Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare quel mesto dolore. Ma ella non sentiva il [pg!320] mal del paese, e non intendeva lo strazio del cuore che suo padre nascondeva sotto quel malinconico aspetto di simulacro antico. Assai più volentieri che verso terra, ella guardava nell'interno della caravella, sperando sempre il momento di veder Cosma, l'impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di aver faccende gravi alle mani, e cansava quanto più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino alla figliuola di Tolteomec.
Pure, su quelle quattro tavole, e contro l'opinione di Damiano, evitarsi era difficile. A buon conto era impossibile di non essere continuamente gli uni sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno, Cosma dovette passare una volta daccanto alla bella selvaggia. Di sicuro ella credette che il biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi a lei; e stette aspettando il suo saluto, e lo guardava intanto fissamente coi suoi grandi occhi d'indaco.