—Cosma!—bisbigliò essa, mentre egli le passava daccanto, per andare all'albero di trinchetto.

Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire più veramente, non potè più fingere di non averla veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso, fece un modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare in alto, a sbrogliare una vela; non poteva dunque trattenersi da lei. Abarima lo seguì attentamente cogli occhi, per tutto il tempo ch'egli stette lassù; lo vide discendere; sperò che passasse un'altra volta daccanto a lei; ma fu una vana speranza, la sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere un'altra necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall'altra parte della prora? Forse una scotta era troppo lenta, e voleva esser meglio legata. Cosma lavorò con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi scese da quella parte in coperta, andando verso la poppa, [pg!321] donde più non gli avvenne di muoversi, finchè ella rimase con suo padre sul castello di prora.

Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma non le aveva parlato mai; restando lontano da lei, non faceva niente d'insolito. E di nessuno poteva essa dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec, riconoscendo in loro due persone di quella famiglia reale dell'isola Spagnuola, da cui tutti avevano avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor almirante trattava i suoi ospiti con somma cortesia; di tanto in tanto, quando le cure del comando glielo permettevano, si fermava a scambiare qualche parola con essi, dimostrando loro di tenerli in gran conto.

Ma tutte le cortesie dell'almirante, se potevano temperare il rammarico del vecchio principe di Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un istante ciò ch'egli perdeva. Tolteomec sospirava, e i suoi occhi erano spesso bagnati di lagrime. In quei momenti, per altro, egli si voltava da un lato, perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò ch'egli tentava di nascondere agli occhi, era facile d'indovinare dal gesto.

—Padre mio!—gli disse Abarima, il secondo giorno del loro imbarco sulla grande piroga degli uomini bianchi.—Tu piangi, e non ami più la tua creatura.

—No, bambina, t'inganni;—rispose il vecchio.—Se non ti amassi, non saremmo qui. Ma io penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra dove dorme tua madre.—

Abarima chinò la testa e non soggiunse parola. Sentiva anch'essa un po' di rimorso? o riconosceva che suo padre si doleva a ragione di quel capriccio [pg!322] infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non era giunto fin là; ma certamente ella incominciava a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui non rispondeva punto la verità delle cose.

Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso figlio del cielo che le era apparso un giorno dalla macchia, restando là, fra i tronchi degli alberi, in atto di ammirazione per lei? Egli non le aveva parlato; non si era neanche accostato, come ella avrebbe voluto; ma infine, è egli sempre necessario che la mano stringa la mano, e la immagine dell'uno si veda riflessa negli occhi dell'altro? Anche stando lassù, venti passi distante da lei, Cosma, l'amico di Damiano, aveva guardato lei, le aveva pagato il tributo che l'uomo paga sempre alla bellezza, e che la bellezza è sempre disposta a gradire. Poi, messo l'indice sulle labbra, egli si era allontanato, ritornando per la via da cui era venuto. Che cosa significava quel gesto? Poteva essere l'accenno di un bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito al silenzio; comunque fosse, era un segreto tra loro, un dolce segreto che alcune confidenze di Cusqueia le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto che tu sei bella.» Queste erano state le parole dell'interpetre; poche parole, ma chiare. E Abarima aveva sognato di essere amata dall'uomo dei capelli d'oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera creatura, non ancor temperata agli usi civili, che insegnano di non lasciar l'uno innanzi di esser sicuri dell'altro! La schiettezza agreste della sua indole si era liberamente manifestata; il povero Damiano, credendosi saldo in arcioni, si era trovato di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un brutto risveglio; anche per lui la verità delle cose appariva troppo diversa dalla splendidezza del sogno.

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Ma Iddio misura il freddo all'agnello tosato. E come rideva il nostro Damiano, dopo aver masticato male quel tradimento della capricciosa Abarima! Mentre il suo compagno Cosma si studiava di star lontano dalla figliuola di Tolteomec, pagando assai caro un piccolo stratagemma di guerra, Damiano passava e ripassava di continuo accanto ai suoi buoni amici di Haiti, distribuendo sorrisi e strette di mano. Forse egli appariva più allegro del vero. Ma coloro che dovevano giudicare la sincerità della sua allegrezza erano selvaggi, gente non usata ai sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono nascondere le rughe del volto e quelle del cuore.