Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir nulla; doveva attenersi a ciò che mostrava l'aspetto.
—Tu sei felice,—diceva egli a Damiano,—tu sei felice, di ritornare alle tue terre.
—Ma sì! molto felice;—rispondeva Damiano.—Al mio bohio mi vogliono fare gran festa, quand'io ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova mi verranno incontro, mi ammireranno come una bestia rara. E per averne l'aria, mi legherò i capelli sulla nuca, piantandoci dentro delle penne di pappagallo, che ho portate per l'appunto con me.—
Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.
—Di che cosa ti rammarichi, mio vecchio amico? Vedrai la nostra terra d'Europa; sarai accolto dal re e dalla regina di Spagna; conoscerai gli usi e i costumi degli uomini bianchi; quando ritornerai carico di esperienza al tuo bohio di Haiti, ognuno dovrà riconoscere in te un pozzo di sapienza; tutti penderanno dalle tue labbra. E i giovani di Haiti, quando vedranno Abarima vestita di seta e di velluto.... Tu non hai idea, deliziosa creatura, della [pg!324] seta e del velluto! Figùrati il tuo mantello di cotone, ma che sia più morbido, più lucido, più.... non saprei, e che ti faccia delle belle pieghe dal fianco fino al piede, mentre ti disegnerà il busto fino alla radice del collo; donde usciranno certi merletti sopraffini.... Tu non conosci i merletti, Abarima taorib? Vedrai che fior di roba! Le figlie di Azatlan vanno pazze per i merletti. Credo che li metterebbero perfino nell'insalata. Ci son quelli di Venezia, e quelli di Fiandra, che dànno il capogiro, solamente a vederli. Per otto braccia di quei merletti, da ornarsene la veste, le figlie di Azatlan darebbero l'anima agli spiriti neri, e il resto sopra mercato.—
La chiacchiera di Damiano era stata interrotta da un grido, che veniva dall'alto dell'albero di maestra. Il marinaio di vedetta sicuramente aveva veduto qualche cosa. Pensarono tutti alla bella prima che avesse veduta una secca. In quelle acque, il caso era abbastanza frequente. Ma no, non era una secca; il marinaio aveva veduto dell'altro, a fior d'acqua; tre nuotatori, tre rarità, a quella distanza dalla costa; donde il sospetto che fossero tre poveri naufraghi.
Tutta la marinaresca della Nina era corsa al capo di banda, sulle sartie, sui castelli di poppa e di prora, per vedere ciò che aveva indicato il marinaio di vedetta. Anche l'almirante era uscito dalla sua camera, per salire sul castello di poppa.
Laggiù, sulla distesa del mare, a forse un tiro d'archibugio, si vedevano infatti tre corpi che avevano aspetto umano. Si distinguevano le teste, erette sull'acqua; e ben presto, appressandosi quei corpi al naviglio, si distinsero i capelli neri, spioventi sulla nuca e sulle tempie. I volti erano di tinta scura, e non parevano di naturali delle isole. Del resto, non era più possibile di pensare a selvaggi [pg!325] di quelle parti che si salvassero a nuoto, essendo andata sommersa la loro piroga. In primo luogo, non nuotavano come gente perduta che cercasse di mettersi in salvo; nuotavano come gente balda ed allegra che si trastullasse sulle acque. Spesso saltavano fuori dei flutti, mostrando intiero il torso, fino alle reni; ed anche alzavano le braccia, mettendo fuori certe estremità che non somigliavano punto alle mani della specie di Adamo, bensì alle pinne dei pesci.
—Le Sirene!—gridò un marinaio.—Le Sirene, signor almirante.
—Oh diavolo!—esclamò Damiano.—Ecco delle persone mitologiche, di cui non speravo fare la conoscenza.