—Ah, è vero, tu non sai le storie di Azatlan. Buon per te, Abarima, poichè esse son tante, che ti ci confonderesti il cervello. Sappi dunque che Ulisse era il potente cacìco d'Itaca. Itaca, un'isola; su per giù un'isola come Haiti, ma alquanto più piccola. Egli era partito sulle sue piroghe per andare a far guerra al cacìco di Troia. Ritornando vittorioso, era impaziente di abbracciare sua moglie, la bella e virtuosa Penelope, che non vedeva da dieci anni. Capisci? da dieci anni.
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—Triste cosa!—disse Abarima.
—Oh, tristissima! E tu immagina come desiderasse di arrivare al suo bohio. Ma che vuoi? a mezza strada, il povero Ulisse incontra un paio di Sirene che si mettono a cantare, invitandolo nelle loro grotte. Ulisse era furbo; per non sentire, si mise della cera negli orecchi. Ma le aveva vedute, ad ogni modo, e il solo vederle era già molto pericoloso per lui.
—E così andò in fondo al mare?
—No, non ci andò, perchè il grande Spirito gli voleva bene e aveva giurato di farlo arrivare alla sua casa. Ma intanto, quell'incontro delle Sirene fu cagione che Ulisse con la sua piroga fossero sbalestrati per dieci anni sui mari, prima di giungere in porto.
—Ancora dieci anni?—esclamò Abarima.
—Sicuro;—rispose Damiano.—Dieci e dieci son venti. Aveva lasciata la sua sposa giovane di venti, e molto taorib; la ritrovò di quaranta.
—Vecchia molto!—disse Abarima, che era forte ed orgogliosa delle sue quindici primavere.
—Vecchia.... no, non esageriamo. Anche a quarant'anni, era un boccone da principi. Di fatti, ci aveva in casa parecchie diecine di innamorati, che le mangiavano allegramente la sua cassava e le bevevano il suo liquore di cocco, tutti i giorni cantandole la stessa canzone.