—Goccia d'olio,—andava dicendo Damiano tra sè, mentre si allontanava dal cassero di prora,—io ti ho versata in buon punto; allargati, goccia d'olio, e penetra il tessuto, come è dell'indole tua. Passerò domani a vederti; e ne riparleremo, per bacco.—
Quel giorno, seguitando favorevole il vento, le caravelle avevano fatto buon cammino. Del temporale, a cui accennava Damiano, non si era veduta pur l'ombra nel lontano orizzonte. Ma non era mica detto che le Sirene annunziassero le burrasche da un'ora per l'altra. Del resto, se il temporale non era nell'aria, bene era sulla fronte e negli occhi di Tolteomec; il quale era rimasto impensierito, e guardava la sua figliuola e seguitava a sospirare.
Abarima si era sbigottita, ai discorsi di Damiano; [pg!333] ma il fermarsi sui neri pronostici di lui, il farne soggetto di lunghi ragionamenti interiori, non era della sua età giovanile. Ella pensava troppo più spesso a Cosma, lo scorgeva ostinatamente lontano dal castello di prora, e di questo si crucciava profondamente, vedendo volgere i fatti così contrarii alle speranze ch'ella aveva formate e vagheggiate nella sua mente. E si sentiva sola, abbandonata, la giovane principessa di Haiti. Anche senza potersi decorare di quel titolo, che in Azatlan riempiva la bocca a tante sue pari, Abarima non ignorava di essere a casa sua una fanciulla superiore a tutte le altre; e là, su quella nave degli uomini bianchi, ella non era più nulla. Tutti quegli uomini affaccendati che andavano e venivamo da poppa a prora, da destra a sinistra, da un albero all'altro, pensavano tutti ai fatti loro, non occupandosi punto di quei poveri ospiti dalla pelle rossa, o forse considerandoli come impedimenti, ingombri e seccature, alla pari con quegli stormi di pappagalli che erano stati portati a bordo, e che, dopo aver dato un'ora di passatempo ai marinai, riuscivano molesti in sommo grado, coi loro garriti continui, facendosi maledire in parecchie lingue europee, per tutte le altre undici ore del giorno.
Le guardate malinconiche e i sospiri profondi del padre erano altrettante trafitture al cuore della fanciulla; e quel cuore dolorava già tanto per sè!
—Padre mio,—diss'ella ad un tratto, stringendosi amorosamente al petto del vecchio,—tu sospiri; e perchè?
—Figliuola mia, non hai udito Damiano? Morire inabissati in questo mare, è orribile. Ti rammenti dell'uragano che l'anno scorso ha imperversato in Haiti? Quanti alberi schiantati! quante case abbattute! Pareva che la furia del vento volesse [pg!334] strappare la nostra isola dal fondo della terra. E noi, non abbastanza sicuri nella nostra casa, abbiamo dovuto cercar rifugio nelle grotte. Qui, sopra un fragilissimo legno, dove troveremo noi il rifugio, quando l'uragano comincierà a soffiare?
—Tu mi sgomenti, padre!—disse Abarima.—Poveri a noi! qual fine sarà la nostra?
—Ed io non mi sgomento per me;—disse Tolteomec.—L'arco delle mie stagioni è sul discendere; sia prima la caduta, sia dopo, importa poco. Sicuramente, io morirei più contento, se potessi dormire nella caverna dove sono andati a riposare i miei vecchi. Ma più per te mi addoloro, più per te, figliuola mia dolce.
—Padre, non è troppo il tuo timore?—disse Abarima.—Gli uomini bianchi sono come noi su questo fragilissimo legno; corrono anch'essi il nostro pericolo.
—Sì, sì,—rispose Tolteomec.—Ma è questa la loro vita: correr sempre sul mare, e sfidarne le collere. Essi, poi, sanno raccogliersi nelle loro piroghe, più capaci e più salde delle nostre; e ce ne hanno quante bisognano, per entrarci tutti. Penseranno a noi.... penseranno a te, Abarima, quando sia l'ora di metterci in salvo, poichè l'uragano avrà spezzata la nave?—