Abarima rabbrividì, e si strinse ancor più al seno di suo padre, come una colombella sbigottita al suo nido.

Mentre il fratello di Guacanagari teneva questi discorsi con la sua bella figliuola, e più si sgomentava quanto più si raffigurava imminente il pericolo, la Nina, preceduta dalla Pinta, entrava in una rada, nella quale metteva foce un bel fiume. Era quello il fiume in cui, durante la sua diserzione, Martino Alonzo Pinzon aveva trafficato coi naturali. [pg!335] Cristoforo Colombo aveva manifestato il desiderio di visitare quella parte della costa; e non senza una ragione più forte, che non fosse la curiosità dello scopritore. Egli voleva sapere con quali modi Martino Alonzo avesse trattati gli abitanti del luogo, parendogli di poter sospettare, dalla cattura di sei naturali, che le cose non fossero andate com'egli aveva sempre raccomandato ai suoi compagni di scoperta.

E veramente in quel fiume ebbe egli la prova della doppiezza del Pinzon; il quale aveva detto e fatto dire dai suoi marinai che in quel fiume la Pinta era stata a mala pena sei giorni, mentre egli poi giungeva a scoprire che c'era stata sedici giorni, e che fin là era pervenuta al Pinzon la notizia del naufragio della Santa Maria; della quale sventura egli si era dato assai poco pensiero, indugiandosi a salpare di là, per muovere al soccorso del suo almirante, perchè assai più gli premeva di procurarsi oro in gran copia.

Cristoforo Colombo raccolse tutte quelle notizie, e diligentemente le consegnò nel suo giornale di bordo. Ma col Pinzon non mosse lamento, non fece rimprovero. Il suo silenzio, per altro, diceva a Martino Alonzo assai più d'ogni più lungo discorso. Due soli atti d'autorità fece l'almirante in quel luogo. Il primo fu di chiamare Rio de Gracia il fiume, a cui il comandante della Pinta aveva imposto orgogliosamente il suo nome.

—Perchè dovrebbe chiamarsi Martino Alonzo?—disse l'almirante al Pinzon.—Son troppo povera cosa i nostri nomi, e non vanno dati alle scoperte che andiamo facendo per assistenza di Dio e dei santi, e con le navi fornite a noi dalla munificenza dei sovrani di Castiglia. Da Dio, dai santi, dal re, dalla regina e dai principi nostri signori, dobbiamo noi intitolare queste isole e i luoghi che andiamo [pg!336] visitando. La compagnia dei nostri nomi, oltre che sarebbe prova di superbia in noi, suonerebbe offesa ai nostri padroni, come alle potenze celesti.—

A questo ragionamento, che era religiosamente e politicamente ortodosso, non seppe che cosa rispondere Martino Alonzo Pinzon. E l'autorità dell'almirante fu per questo verso ristabilita senza contrasto. Tornò più difficile far ingoiare al Pinzon l'altra pillola del restituire i sei naturali fatti prigionieri da lui. Ma il signor almirante si mostrò su questo punto inflessibile. Unica concessione che egli fece fu quella d'indugiarsi a dire le ragioni per cui gli pareva necessario di rimandare liberi i quattro uomini e le due donne dell'isola.

—Sola scusa per voi,—diss'egli a Martino Alonzo,—sarebbe stato il non sapere che noi lasciavamo una quarantina di Spagnuoli all'isola di Haiti. Ora lo sapete, e non potete negare che un atto di giustizia come questo potrà rendere i naturali di qui più amici agli uomini bianchi. A Guanahani, a Cuba, e in quest'isola medesima, abbiamo preso dei naturali, ma come interpetri, non come schiavi; e se essi ci accompagnano in Europa, lo fanno come liberi uomini, per loro elezione, e non per nostro volere.—

Quest'altro ragionamento dell'almirante era inoppugnabile, come il primo. Si poteva immaginare che i sei catturati fossero contenti della loro sorte, e di andare pur essi in Ispagna, liberamente, in quella guisa che Martino Alonzo aveva voluto condurli per forza. E di questo era facile accertarsi, esplorando la loro volontà.

Ma questo non voleva l'almirante che si facesse a bordo della Pinta; perciò diede il comando che i sei naturali fossero condotti alla sua presenza, sulla nave capitana.

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