Che c'era egli di vero in quella chiacchiera? La tribù dei Siguaiani, tra cui si trovava allora Cristoforo Colombo, parlava un dialetto poco intelligibile agli interpetri della forza di Cusqueia. Qualche frase male intesa, tirata ad un senso nuovo dal desiderio di vedere da per tutto confermati i racconti di Marco Polo, poteva bene indurre Cristoforo Colombo nella credenza di essere capitato in vicinanza delle due isole che Marco Polo aveva descritte, collocandole presso la costa orientale dell'Asia, abitate spartitamente da donne e da uomini. Ed anche messer Marco Polo, così veridico narratore di ciò ch'egli aveva veduto, che cantonate non aveva prese, quando si fidava ai racconti degli altri!
L'isola delle Amazzoni avrebbe dovuto tentare la curiosità degli uomini bianchi. Ma la stanchezza si era impadronita degli spiriti. Lo stesso Damiano, richiesto dall'amico se gli sorridesse l'impresa, rispose che oramai di donne del nuovo mondo ne aveva fin sopra i capelli. Se questi li avesse avuti biondi, chi sa?... Ma erano neri, ed egli faceva conto di portarli alle donne di Scandinavia o d'altre terre settentrionali, molto settentrionali d'Europa, dove sarebbero stati apprezzati un po' meglio.
Anche l'almirante si era risoluto di dar volta. Dopo un altro giorno di esplorazione in quel golfo, che egli [pg!343] chiamò delle Frecce, e dove accadde a sette dei suoi uomini di far baruffa con una cinquantina di Siguaiani, ferendone due, e mettendoli nel debito rispetto verso gli uomini bianchi, Cristoforo Colombo pensò che fosse venuto il tempo di ritornare in Europa. Un bel vento gagliardo si era levato da ponente, e invitava a far vela. E più che il vento lo persuadevano parecchie altre ragioni: il cattivo stato delle sue caravelle, la poca fedeltà della sua marinaresca, e la slealtà di Martino Alonzo Pinzon, da cui non poteva aspettarsi che il peggio.
—Mettiamo le fatte scoperte al sicuro dai colpi di fortuna;—diss'egli.—Un'altra volta, e con migliori auspicî, ritenteremo la prova.—
Fu un mercoledì, 16 gennaio del 1493, che l'almirante lasciò il golfo delle Frecce, detto ora di Samana, per navigare alla volta di Castiglia. Seguitando il cammino con tempo buono, le due caravelle corsero tanto, che il 10 di febbraio, al parere dei piloti, dovevano ritrovarsi al mezzodì delle isole Azzorre. Ma l'almirante, avendo osservato attentamente nel ritorno i limiti estremi del mar di sargasso che attentamente aveva osservati all'andata, conchiuse che si fosse un quaranta leghe più indietro. Ed egli ragionava dirittamente, come poi si vedrà.
Il 12 di febbraio già speravano di veder terra da un momento all'altro, quand'ecco il vento incominciò a soffiare con violenza, e il mare a gonfiarsi. Il giorno dopo, fu anche peggio; incominciò a balenare da greco, e tosto si scatenò un temporale dei più grossi che mai si fossero veduti. Quei deboli navigli, sprovveduti di ponte, non erano troppo in istato di resistere ai fortunali dell'Atlantico. Bisognò per tutta la notte andare con le vele imbrogliate, abbandonandosi alla discrezione del vento e [pg!344] del mare. Un po' di calma seguì nella mattina del 14; ma fu di breve durata. Un vento impetuoso si era levato da ostro, durando tutto quel giorno e la notte seguente. Le povere caravelle andavano palleggiate sui flutti come gusci di noce, non avendo più modo di sostenere quella furia degli elementi, e rinunziando quasi del tutto a governare. Il buio della notte non permettendo di vedere la Pinta, l'almirante fece sospendere il fanale all'albero di maestra, come per significare alla Pinta di imitarlo, affinchè potessero le due navi andare di conserva. Ma la Pinta aveva poco saldo il trinchetto, e non potendo tener testa al vento, fu costretta a riceverlo in fil di ruota, correndo verso tramontana, mentre la Nina si sforzava di governare per greco. La Pinta parve rispondere per qualche tempo al segnale dell'almirante; ma il suo lume a grado a grado si allontanava; nel cuor della notte era sparito del tutto.
Cristoforo Colombo aveva l'anima oppressa da funesti presagi sul destino della Pinta e della stessa sua nave. Alla punta del giorno, il mare gli offerse un pauroso spettacolo. Non si vedevano tutto intorno che cavalloni inferociti e ruggenti. Della caravella di Martino Alonzo Pinzon non appariva più traccia sull'orizzonte. La Nina spiegò alcune vele per tenersi di prora al mare, e non andarne sommersa. Si levò il sole, e con esso crebbero il vento e le ondate; per tutto il corso di una terribile giornata la Nina, non più in grado di resistere, fu trascinata, sbalestrata per ogni dove dal furore dell'uragano.
Vedendosi perduti oramai d'ogni soccorso terrestre, i marinai della Nina si volsero al cielo; ed estrassero a sorte il nome di quello tra loro che dovesse andare in pellegrinaggio per tutti alla Madonna di Guadalupa, portandole un cero del peso [pg!345] di cinque libbre. La sorte designò lo stesso almirante. Un altro pellegrino fu sortito per andare alla Madonna di Loreto, e fu designato un marinaio, a nome Pedro de Villa, a cui l'almirante promise di rifar le spese del viaggio. Indi fu gittata la sorte d'un terzo pellegrino, il quale andasse a vegliare una notte a Santa Chiara di Moguer; e la sorte designò un'altra volta l'almirante. Ma crescendo tuttavia il fortunale, tutti quelli della caravella fecero voto di andar scalzi e in camicia al santuario della Vergine, nella prima terra a cui fossero approdati. Il cielo non di meno si mostrava sordo ai lor voti; la burrasca si faceva sempre più spaventosa, e non fu alcuno che non si stimasse perduto. La mancanza di zavorra rendeva più difficile la condizione della nave, avendola alleggerita il consumo delle vettovaglie. L'almirante immaginò di far riempir d'acqua salsa le botti vuote; e questo fu di qualche aiuto, operando in guisa che meglio si potesse sostentare il naviglio, senza così grande pericolo di travolgersi.
Cristoforo Colombo si sarebbe rassegnato di buon animo alla morte, che già tante altre volte s'era veduta innanzi agli occhi, se fosse stata in rischio la sua persona soltanto. Ma gli era di pena e di dolore infinito il pensare che con la morte sua si perdeva il frutto e la gloria di tante fatiche. E lo crucciava ancora il vedersi attorniato da gente, che egli aveva trascinata a forza in quella impresa, e che, presa da terrore, malediceva il giorno in cui si era imbarcata, e l'autorità di lui che l'aveva costretta a proseguire il viaggio, quando tutti si erano ammutinati, e potevano obbligarlo al ritorno.
Già, sopra una pergamena, egli aveva scritta una concisa relazione del suo viaggio e delle sue scoperte, indirizzando lo scritto al re e alla regina di [pg!346] Castiglia. Su quella pergamena, piegata e suggellata, scrisse che chiunque la consegnasse alla sua destinazione senza aprirla avrebbe dalle Loro Altezze mille ducati di premio. Poi, ravvolto il plico in una fascia di tela cerata, e chiusolo in un pane di cera, pose l'involto in un barlozzo che gittò subito in mare, lasciando i suoi marinai nella credenza che egli sciogliesse in tal guisa un voto di religione. E un'altra copia del memoriale, suggellata e custodita nel medesimo modo, collocò sulla poppa del naviglio, con la speranza che il barlozzo potesse galleggiare, ed essere spinto a qualche spiaggia, nel caso che la caravella andasse travolta negli abissi del mare. Queste precauzioni calmarono alquanto il suo spirito. E nuovo conforto gli arrecò il vedere sull'alba il cielo meno fosco ad occidente: indizio di vento che si sarebbe levato da quella parte. Infatti, poco dopo incominciò a soffiare il ponente. Le onde, per altro, erano sempre così alte e ribollenti, che nella notte si potè camminare con poche vele soltanto.