La mattina del 15, allo spuntar del giorno, Ruy Garcia, un marinaio della Santogna, dall'alto dell'albero di maestra dove stava in vedetta, gittò il grido di terra. La gioia manifestata dall'equipaggio nel rivedere l'antico Mondo, eguagliò quella che esso aveva manifestata alla vista del nuovo.

Appariva la terra a greco levante, argomento di subita controversia fra i piloti: uno di essi sostenendo che quella era l'isola di Madera; un altro che era la rocca di Cintra sulla costa del Portogallo; un altro ancora qualche punto della costa di Spagna. L'almirante, forte de' suoi computi e delle sue osservazioni, giudicò essere una delle isole Azzorre.

Era infatti l'isola di Santa Maria, la più meridionale di quel gruppo. Per due giorni, a cagione del [pg!347] vento contrario e del mare agitato, non fu possibile l'approdo. La sera del 17 si stava per gittar l'áncora, quando si spezzò il canape, e da capo fu necessario avventurarsi in alto mare. Finalmente, la mattina del 18, fu possibile alla Nina di ancorarsi dalla parte settentrionale dell'isola.

Gli abitanti della Santa Maria si maravigliarono molto di due cose: che quel fragile schifo avesse potuto sostenere tanta furia di mare, e che un Nuovo Mondo fosse stato scoperto. Del dire chi fossero e donde tornassero, male incolse ai reduci dalla memorabile impresa. Discesa a terra una parte dell'equipaggio per sciogliere il suo voto ad un santuario della Vergine, che si vedeva a mezza costa, furono presi prigioni dal capitano dell'isola e catturato il palischermo sul quale erano venuti a terra. Quel capitano, certo Castaneda, avrebbe volentieri pigliato anche Cristoforo Colombo, che era rimasto a bordo con l'altra parte della sua gente, aspettando che la prima squadra ritornasse. Furono molti, per quattro giorni alla fila, i discorsi e le tergiversazioni del signor capitano; il quale, finalmente, la sera del 22 mandò una barca con due preti e un notaio, che domandassero in nome suo di vedere le carte di Cristoforo Colombo, assicurandolo esser egli disposto a prestargli ogni servizio dipendente da lui, purchè fosse davvero almirante dei reali di Spagna.

Cristoforo Colombo intese esser quello un raggiro del Castaneda, per dissimulare una ritirata e abbandonare con un po' di decoro il contegno ostile che aveva assunto prima. Represse allora il suo sdegno; rispose ringraziando delle cortesi profferte, e riconoscendo che la loro domanda, rispetto alla commissione regale a lui affidata, era secondo l'uso e la ragione del mare; perciò si fece a mostrare [pg!348] la lettera generale di raccomandazione dei Re Cattolici, indirizzata a tutti i loro sudditi e agli altri principi; e parimente la commissione che gli avevano data di imprendere il suo viaggio di scoperta oltre l'Atlantico. Il che veduto dai tre inviati, questi se ne ritornarono a terra soddisfatti, e rimandarono il palischermo, coi marinai sostenuti fin allora in prigione.

L'almirante non vide altrimenti il Castaneda, nè approfittò delle sue tarde profferte di servizi. Il 24 di febbraio, partì dall'inospite lido della Santa Maria, facendo vela per levante. Ma non erano ancor finite le peripezie del ritorno. Il 3 di marzo, la povera Nina dovette sostenere un altro temporale, donde riportò le vele squarciate. La furia del vento e quella del mare erano tali, che l'equipaggio si stimò un'altra volta in gravissimo pericolo. Un altro voto fu fatto, di mandare un altro pellegrinaggio al Santuario di Santa Maria della Centa, presso di Huelva; e la sorte ancora una volta designò l'almirante.

Nella orribile notte che seguì, fu veduta al chiarore dei lampi la terra. Ma quella vista non fu salutata con giubilo, temendo tutti che la caravella non fosse sbalestrata contro gli scogli. Dov'erano andati a parare? Se ne avvidero la mattina del 4 marzo, riconoscendo la rocca di Cintra e la foce del Tago.

L'almirante diffidava delle disposizioni dei Portoghesi verso di lui. Ma la burrasca, che sempre più infuriava, non gli dava modo di scegliere un altro rifugio. Entrò nel Tago, andando a gettar l'áncora dirimpetto a Rastello, bene accolto dagli abitanti, che tutta la mattina avevano osservata da lungi la povera caravella in continuo pericolo.

Un corriere fu subito spedito dall'almirante ai [pg!349] reali di Castiglia, per dar nuova del suo ritorno e delle fatte scoperte. Un'altra lettera al re di Portogallo, che si trovava allora a Val Paraiso, chiedeva licenza di avanzare la sua nave fino a Lisbona, dove sarebbe stata maggiormente al sicuro. Per dissipare intanto ogni dubbio nella mente del re, Cristoforo Colombo soggiungeva di non essere stato sulle coste di Guinea, nè in nessun'altra delle colonie portoghesi, ma di essere venuto dalla estremità orientale delle Indie.

Innanzi di muovere per Lisbona, l'almirante del mar Oceano ricevette la visita solenne di don Alvaro di Acuna, capitano della nave grossa che stava a guardia del porto di Rastello. Seguirono le visite d'una moltitudine di barche e di burchielli, con gente venuta perfin da Lisbona, dove la notizia del maraviglioso viaggio era corsa. Uomini d'alto affare, grandi ufficiali della corona, gentiluomini, ed ogni sorte di curiosi, tutti si affollavano intorno alla caravella che ritornava dalla scoperta di un Mondo; nè fu poca la tristezza di coloro che vedevano assicurata quella strepitosa conquista alla Spagna, mentre il Portogallo era stato il primo a cui Cristoforo Colombo aveva offerto di tentare l'impresa. Ma tardi si pente chi ultimo arriva.