Don Martino di Norogna, gentiluomo della Corte portoghese, giunse il giorno 8 con una lettera del re Giovanni, che invitava il fortunato scopritore alla sua residenza. Partì Cristoforo Colombo quella medesima sera; giunse a Val Paraiso, ricevuto da una grande cavalcata, ed ebbe dal re accoglienze cortesi. Non mancarono per altro le allusioni ai diritti del Portogallo, che potevano essere stati offesi da quel viaggio di scoperta, e l'almirante dovette penar molto a persuadere il re Giovanni e i suoi consiglieri che le conquiste portoghesi non erano [pg!350] punto in questione. Quelle, del resto, erano faccende da potersi trattare direttamente fra la Corte di Portogallo e la Corte di Spagna.

Dopo parecchi giorni di dimora a Val Paraiso, ebbe Cristoforo Colombo licenza di ritornarsene alla sua caravella. E giunto a bordo, come Dio volle, il mercoledì 13 marzo, a due ore di giorno, fece vela per andare alla Corte di Spagna. Il venerdì seguente, sull'ora del meriggio, girava la punta dell'isoletta di Saltes, donde, addentrandosi nel fiume, venne a dar fondo nel piccolo porto di Palos.

Da quel porto era egli uscito il 3 di agosto dell'anno antecedente 1492, cioè sette mesi e undici giorni prima.

Quivi fu ricevuto da tutto il popolo in processione, e con una festa, con un giubilo così alto e chiassoso, che parve piuttosto un delirio.

La prima visita dell'almirante e dei suoi marinai fu alla chiesa principale della città. Il grande navigatore passò per le vie in mezzo ad una calca acclamante e plaudente; quella stessa calca che lo aveva maledetto un anno prima, come un avventuriere, per il cui pazzo orgoglio erano condannati a morte sicura tanti valorosi marinai di Castiglia.

Cristoforo Colombo non pensò neanche alle contrarietà, agli ostacoli, alle esecrazioni dell'anno antecedente. Pensò piuttosto al giorno in cui, oscuro e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era giunto a Palos, e di là, non trovandoci modo di vivere, si era avviato per l'erta della collina sovrastante, fino al convento dei francescani di Santa Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il sorso d'acqua e il tozzo di pane, da cui era dipesa la sua vita, e la scoperta di un mondo.

Ma mentre egli pensava con gratitudine alla Rabida, don Juan Perez di Marcena scendeva dal [pg!351] colle ad incontrare l'amico. E con lui veniva il medico don Francisco Garcia.

L'incontro dei tre amici fu commovente. Corsero abbracci e baci senza fine; ed anche si piansero molte di quelle buone lacrime, che provano all'uomo la bontà sua, e perfino la bontà della esistenza; almeno in qualche momento solenne.

Echeggiava ancora la piccola città di Palos delle acclamazioni al grande almirante del mare Oceano, quando nel suo porto entrava un'altra caravella, la Pinta. Nessuno badava alla nuova arrivata; nessuno, del resto, poteva badarci, poichè le calate erano deserte, e sulle navi ormeggiate nel porto non apparivano marinai.

Un palischermo si staccò dalla Pinta, venendo alla calata, e ne smontò il comandante della caravella, Martino Alonzo Pinzon, molto maravigliato di quel silenzio, di quella solitudine. Solo un pescatore, un povero storpio, stava seduto là presso, con le gambe penzoloni sull'orlo della calata, in atto di innescare la sua lenza.