—Eh, certo! dopo tanti mesi di fatiche, il vostro letto vi piacerà. Ma sarete l'unico a dormire, questa notte; tanta è l'allegrezza del nostro paese.
—Dove io sono accolto come un cane;—brontolò Martino Alonzo.—E come un cane me ne andrò ora alla cuccia. Ti ripeto, non dire a nessuno di avermi veduto; altrimenti....—
E accentuò la sospensione della frase con un gesto di minaccia.
—Non dubitate, Martino Alonzo;—rispose lo storpio.—Sarete obbedito.—
Il comandante della Pinta si allontanò dalla calata, andando verso la casa sua, dove non era aspettato. E giunse nella sua casa senza avere incontrato nessuno per via; e nella sua casa si chiuse, col suo mal talento nell'anima.
Che cos'era avvenuto, per renderlo tanto scontroso quel giorno? Sicuramente, era triste il giungere a quel modo in patria, non veduto, non salutato da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo, di cui Sancio gli aveva data la spiegazione. [pg!353] Ed anche si capiva che nell'animo di Martino Alonzo Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia d'esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta la sua giusta parte nelle accoglienze di Palos ai suoi marinai reduci dalla spedizione portentosa dell'Atlantico. Ma era questa una buona ragione perchè Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi in casa?
Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda, quali fossero le ragioni della tristezza e della rabbia di Martino Alonzo Pinzon. La sua caravella, separata dalla capitana per la violenza dell'uragano, era stata spinta in un'altra direzione, verso il golfo di Biscaglia, ove, non senza stento, aveva approdato a Baiona. Ignorando se Cristoforo Colombo fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente di precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo favore il giudizio della corte e del popolo di Castiglia, Martino Alonzo aveva scritto subito al re e alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma il linguaggio suo, in quella lettera, non era di un ufficiale subalterno, che riferisse al suo comandante la gloria dell'impresa; era quello di un millantatore, che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di Cristoforo Colombo egli non faceva parola; forse aspettando dal tempo la certezza di un naufragio che gli pareva molta probabile, si disponeva a non parlare che di sè, dimenticando il comandante supremo. E frattanto, chiudeva la sua lettera domandando licenza di recarsi alla Corte, per esporre alle Loro Altezze la peripezie del suo viaggio e l'ordine e la importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall'Oceano. Il tempo, frattanto, si era abbastanza rabbonito; e Martino Alonzo Pinzon aveva spiegate nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia di Palos, dove si faceva sicuro di essere accolto in [pg!354] trionfo. Quanto alla nave capitana, egli avrebbe potuto assicurarsi in quel tragitto di ciò che poteva esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da Baiona a Palos, certamente la Nina si era inabissata; l'Oceano aveva sepolta per sempre la gloria del navigatore straniero; e trionfava due volte il Pinzon.
Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. La Nina, non che perdersi, era giunta prima di lui; e quella tal lettera ch'egli si era affrettato a mandare da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di essere interpetrata e giudicata molto severamente, così per le millanterie del suo autore, come per il silenzio serbato intorno al comandante della spedizione, al vero scopritore delle nuove terre di là dall'Atlantico. E con tante orgogliose speranze nel cuore si era egli appressato all'isolotto di Saltes! Con tanta baldanzosa fiducia aveva rimontato il corso del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera baldanza! Finivano ambedue nella vergogna; e in una vergogna tanto più grande, in quanto che essa gli capitava nella sua patria, in quel porto di Palos, dove fino allora egli era stato riverito come il primo fra i primi navigatori di Castiglia.
E come fu grande la vergogna, così fu grande il rimorso. Martino Alonzo pensò all'arroganza, alla insofferenza d'ogni freno e d'ogni autorità, di cui aveva fatto prova in tante occasioni, durante il viaggio; ed anche all'atto di vera disobbedienza a cui si era lasciato trascorrere, abbandonando il suo almirante nelle acque di Cuba, così rendendo impossibile al grande navigatore di proseguire le sue scoperte. Ricordando queste cose, era naturale che non osasse mostrarsi per le vie, fino a tanto che l'almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque che fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse [pg!355] partito di là. Il fatto seguì assai prima che egli non isperasse. L'almirante aveva mandato un corriere alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a Barcellona; il giorno seguente, disceso dal convento della Rabida, dove aveva passata la notte, Cristoforo Colombo si avviò, per via di terra, alla volta di Barcellona.
E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal suo nascondiglio. Un buon pretesto per quel suo rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche non fosse stato buono, egli non doveva render conto degli atti suoi a nessuno. Era giunto tardi, perchè il temporale lo aveva mandato a parare in Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare le feste fatte al suo comandante; era stanco morto; più che esser portato in trionfo gli premeva di riposarsi qualche ora. Si era riposato, era uscito; qual colpa era la sua, se non aveva veduto l'almirante? Per tanti mesi di seguito si erano veduti ogni giorno. E anch'egli, uno di quei giorni, si sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona. Intanto, egli approfittava di quel riposo a Palos, per mettere in sesto le cose sue, che ne avevano bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore; lavorar sempre, o in una cosa o nell'altra, senza un giorno di tregua.