Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi, quando l'occasione si offriva, Martino Alonzo Pinzon credette di giustificare la sua dimora prolungata a Palos. Ma intanto ch'egli si consumava di rimorsi e di rabbia, gli giungeva una lettera dalla Corte. I sovrani non tenevano verun conto delle sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece della sua disobbedienza all'almirante, e finivano dispensandolo da una visita che sarebbe stata penosa per tutti.
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Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo. Già poco ci voleva per abbattere quella rovina d'uomo. Vittima dell'invidia sua, dei rimorsi, della vergogna ond'era stato oppresso così duramente, il comandante della Pinta in capo a pochi giorni fu trovato morto nel suo letto. Gli stenti del fortunoso viaggio, un vizio del cuore, un insulto apoplettico, diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.
La storia non sarà disumana con Martino Alonzo Pinzon. Essa, obbligata ad essere la più umana di tutte le scienze, poichè ha per sua materia gli uomini e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre a più giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi da vecchi narratori sulla traccia dei grandi eventi a cui ritrovarono il loro nome associato. Ma essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare di esser giusta, con quei modesti cooperatori delle grandi imprese, i quali ebbero il torto di voler parere più alti del vero. Quanti eroi della leggenda, ed abbastanza rispettati dalla critica, non si mostrano da meno di quel povero Martino Alonzo Pinzon! Intrepido marinaio, ma di poca coltura, in un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva nessuna, egli cedette in un cattivo momento ai demoni della superbia e della cupidigia. In lui erano potentissimi gl'istinti, e non dominati dalla ragione. Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo Pinzon, in un felice momento, udì le voci del suo buon genio, che lo chiamava ad una nobile impresa, avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti. Fu egli il primo marinaio di Spagna che si persuase della verità e della grandezza delle idee di Cristoforo Colombo. Se egli non era, il povero Martino Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava l'esempio di avventurare la sua vita col navigatore [pg!357] Genovese, nessun marinaio di Palos, di Huelva, di Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta lettera morta. Quell'atto redime molti falli, e può farne dimenticare molti altri. E noi deponiamo un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo Pinzon.
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[Capitolo XIX.]
Il commiato.
Cristoforo Colombo avrebbe voluto recarsi a Barcellona con la sua caravella. E sarebbe stato, agli occhi della Corte di Spagna, un bel contrasto fra la importanza della scoperta e la povertà dei mezzi con cui la scoperta era stata fatta da lui. Ma la povera Nina imbarcava acqua da tutte le commessure, e bisognò rinunziare al disegno. L'almirante si recò dunque per terra a Siviglia, per aspettare colà gli ordini del re Ferdinando e della regina Isabella.
A Siviglia lo accompagnarono sette dei dieci naturali che egli aveva condotti da Guanahani e da Cuba. Uno era morto in viaggio; due erano infermi, e furono lasciati a Palos, affidati alle cure amorevoli di don Francisco Garcia. Ma l'almirante volle con sè tutti i suoi ufficiali e tutti i marinai che avevano partecipato ai rischi e alla gloria dell'impresa, così quelli della Pinta e della distrutta Santa Maria, come quelli della Nina, diventata la nave capitana.
Dei marinai che lo seguivano, due mutarono spoglie, appena giunti a Siviglia. Erano i due genovesi, Cosma e Damiano, che apparvero alla presenza del [pg!359] signor almirante in veste da gentiluomini. La cosa non doveva parer strana a nessuno. Tutta la marinaresca sapeva da un pezzo che quei due erano marinai per celia; sebbene, lavorando e faticando come gli altri, non avessero fatto niente per celia.