L'almirante era da pochi giorni nella capitale dell'Andalusia, quando ricevette la lettera dei sovrani, che lo pregavano di dare immediatamente, a Siviglia, o dove gli piacesse meglio, gli ordini necessari ad affrettare la sua partenza per un nuovo viaggio, informandoli a volta di corriere di ciò che avessero a fare dal canto loro, per agevolare gli apparecchi. S'intende che lo invitarono anche a recarsi alla Corte, in Barcellona; ma questo era il meno. E certamente a Cristoforo Colombo doveva piacere, assai più del cortese invito, la fretta con cui Ferdinando e Isabella miravano ad assicurarsi la conquista di un nuovo impero di là dall'Atlantico; una conquista che per tanti anni si erano peritati d'intraprendere.
Il ricapito della lettera regia era questo: «A Don Cristoval Colon, nostro almirante sul mare Oceano, vicerè e governatore delle isole scoperte nelle Indie». Anche questi titoli, come erano stati lesinati, un anno addietro! Per la insistenza di Cristoforo Colombo a domandarli, era pericolata all'ultimo momento la spedizione. Tempi mutati! Ma il marinaio genovese non serbava rancori nell'anima, e ad altro non pensò che ad eseguire i comandi delle Loro Altezze, inviando a volta di corriere, come chiedevano, una minuta descrizione delle navi, degli uomini e delle munizioni necessarie al suo secondo viaggio.
Dopo di che, si pose in cammino per andare a Barcellona. La via non era lunga; ma dovevano renderla lunghissima le numerose fermate, di cui [pg!360] egli non poteva passarsi, essendo costretto a traversare molte delle più belle e popolose città della Spagna.
Il suo viaggio parve la marcia trionfale di un conquistatore. Ovunque egli passava vedeva affollarsi la gente dei luoghi circonvicini, che fiancheggiava le strade maestre ed ingombrava borghi e villaggi. Nelle grandi città, le vie, le finestre, i terrazzini, i tetti, brulicavano di spettatori curiosi che facevano suonar l'aria dei più lieti clamori. Ad ogni tratto era fermato dalla calca, che voleva veder lui da vicino, per imprimersi bene i suoi lineamenti negli occhi. Con molta maraviglia erano anche osservati gl'Indiani, che veramente erano facce dell'altro mondo, e parevano piovuti in terra da qualche pianeta.
Così trattenuto ad ogni punto, obbligato a passare un giorno nei luoghi più importanti, a passare almeno qualche ora nei luoghi più piccoli, affinchè fosse appagata la curiosità di tutti, l'almirante non giunse a Barcellona che il 14 di aprile. Colà tutti gli apparecchi erano fatti per accoglierlo con solennità e magnificenza. Ad una certa distanza dalla città, gli mosse incontro una splendida cavalcata di gentiluomini, con gran moltitudine di popolo, per fargli onoranza.
Il suo ingresso nella nobile capitale della Catalogna fu paragonato al trionfo che solevano concedere gli antichi Romani ai loro consoli vittoriosi. Andavano primi gli Indiani dipinti d'ocra a vari colori, secondo la foggia del loro paese, adorni di armille alle braccia, di piastrelle e di cerchietti d'oro alle nari. Dopo di questi, che camminavano portando i loro archi, le loro frecce e le loro zagaglie, venivano i marinai, portatori dei pappagalli vivi, dalle molte varietà e dai più lieti colori, delle piante [pg!361] rare, e sopratutto dell'oro in polvere, o in masse più o meno vistose. Giungeva ultimo l'almirante a cavallo, accompagnato dai suoi ufficiali, e seguito da quella splendida cavalcata di gentiluomini, che era venuta ad incontrarlo.
La calca era così fitta, che spesso era impossibile di farsi largo per via. Le dame sventolavano i fazzoletti dalle finestre e dai terrazzini; dai tetti al basso della strada era un agitarsi di teste, un levarsi di grida festose. Sembrava che il popolo non potesse saziarsi di contemplare i trofei di un Nuovo Mondo, e l'uomo maraviglioso che aveva saputo indovinarlo, che aveva potuto scoprirlo.
Per accoglierlo con maggior pompa, Ferdinando e Isabella avevano ordinato che il loro trono fosse incalzato in una gran loggia aperta, accessibile al maggior numero di persone, sotto un ricco baldacchino di broccato d'oro. Ivi il re e la regina attendevano l'arrivo dell'eroe; vicino ad essi stava il principe Giovanni; tutto intorno gli uffiziali della corona e la prima nobiltà di Castiglia, di Valenza, di Catalogna e d'Aragona.
Cristoforo Colombo entrò nella sala, accompagnato dai suoi ufficiali, in mezzo ai quali si distingueva egli per l'alta statura, la nobiltà del portamento e il raggio di viva allegrezza che gli sfavillava dagli occhi. Superbo non era, in quell'ora; e avrebbe potuto esserlo, vedendosi davanti la più parte di coloro che più fieramente avevano avversati i suoi disegni, negata la sua dottrina, disprezzata la sua persona e calunniate le sue intenzioni! Non era superbo; ma poteva farlo apparir tale la solennità del momento, e quel suo ritorno di trionfatore, da una impresa che era seguita punto per punto quale egli l'aveva immaginata e proposta.
Del resto, il legittimo orgoglio che poteva dipingersi [pg!362] nel suo viso radiante d'allegrezza, era ancora un giusto omaggio a coloro che in lui avevano creduto, a coloro che lo avevano consolato e confortato nei più tristi momenti della sua vita, nei giorni troppo lunghi e troppo frequenti delle sue amarezze. Certo, non vedeva di mal occhio quell'aria di onesta alterezza la regina Isabella, che tanto si era adoperata per appagare i voti del navigatore Genovese; di quella alterezza doveva compiacersi, come di propria vittoria, quella nobile dama che stava in piedi accanto allo scanno della regina, la marchesa di Moya, Beatrice di Bovadilla.