Qual turbamento, e come dolce, in quel cuore di donna! Ci sono le gioie che opprimono, tanto sono violente; pure, chi vorrebbe rinunziarci? A buon conto, non voleva rinunziarci la nobile signora, che aveva aspettato quel giorno e quel turbamento profondo, come il premio di tutte le sue fatiche, come il compenso di tutte le sue ansietà, di tutti i suoi terrori, di tutti i suoi scoramenti.
Comprimendo a stento i battiti del suo cuore, Beatrice di Bovadilla guardava davanti a sè. Non aveva da muoversi, non aveva da voltare la faccia; l'argomento di tutte le sue cure doveva giunger là, in quel breve spazio, rimasto vuoto per lui. E quell'uomo era giunto, quello spazio era finalmente ripieno, della persona, della luce, della gloria di lui. In mezzo a quella gran folla di dame e di cavalieri, nessuno badava a lei, in quel punto; neanche don Francisco di Bovadilla, il suo scontroso e sdegnoso fratello; neanche don Fernando Talavera, il burbanzoso ed ignorante vescovo di Granata; neanche don Giovanni Cabrera, marchese di Moya, suo signore e padrone. Tutti gli sguardi, come tutti i pensieri, erano rivolti al trionfatore; la curiosità, la commozione, e tutti gli ardori che può comunicare [pg!363] in certi momenti una moltitudine giubilante al cuor più ribelle, usurpavano il campo ad ogni altro sentimento. I vigilatori sospettosi di Beatrice Bovadilla, perfino i suoi molestissimi innamorati, le davano tregua per quell'ora di animazione straordinaria, di commozione solenne. Ella era dimenticata, come perduta, in quella folla che aspettava un uomo, che lo sentiva avvicinare, che lo vedeva presente. Qual gioia, poterlo guardare liberamente anche lei! poter cercare con avida cura su quel volto la traccia dei pericoli corsi, degli stenti patiti, e in quegli occhi la visione dei grandi segreti strappati all'Oceano! Perchè egli era partito con tre navi, ed era ritornato con una, con la minore delle tre, portando sovr'essa la sua fortuna, la sua gloria. Egli trionfava, finalmente; ma era anche un po' lei la vincitrice di quella guerra, e sentiva di trionfare con lui.
Nessuno guardava Beatrice di Bovadilla, di tanti gentiluomini che si affollavano intorno ai gradini del trono. Ma quell'uomo, su cui si fissavano gli occhi di tutti, dove volgeva egli i suoi? Si era avanzato fino ai gradini del trono; il re e la regina si erano alzati per riceverlo; ed egli, prendendo rispettosamente le destre di Ferdinando e d'Isabella, si era inginocchiato per baciar quelle destre. Lo avevano amorevolmente rialzato, pregandolo di voler sedere davanti a loro, sopra uno scanno che due valletti si erano affrettati a mettere innanzi. Ma egli, prima di sedere, aveva fatto il gesto di chi vuol guardare intorno, come per raccapezzarsi, in una compagnia che veda la prima volta. Pure, non aveva girato molto con gli occhi; il suo sguardo era andato diritto al fianco della regina, si era incontrato nello sguardo di Beatrice Bovadilla, e sul volto di lui era corsa una vampa. Ah, bene facevano [pg!364] tutti, non guardando che lui; meglio aveva fatto egli, non cercando altro sguardo che quello di lei.
—Don Cristoval, nostro amico, voi state bene? Vi siete rimesso di tante fatiche?—diceva la regina Isabella.—Abbiamo palpitato di profonda ansietà, leggendo nella vostra lettera il racconto di ciò che avete sofferto nel ritorno dal vostro maraviglioso viaggio. Ma ora siete con noi, e ci sentiamo più tranquilli. Vorrete voi raccontarci di tutte le grandi cose che avete operate?
—Con l'aiuto di Dio e sotto il padronato delle Vostre Altezze,—rispose Cristoforo Colombo,—l'impresa non poteva sortire un esito migliora. Umile istrumento della provvidenza celeste, io la ringrazio ogni giorno di avere inspirato ai Sovrani di Castiglia tanta benevolenza per me.—
Benevolenza un po' tarda, non è vero? e sopra tutto, ben misera negli effetti! Ma il navigatore Genovese era sincero, ringraziando i reali di Castiglia di quanto avevano fatto per lui. Chi pensa alle difficoltà, agli indugi, ai contrasti, quando l'impresa è compiuta e il trionfo l'ha coronata?
Cristoforo Colombo, per obbedire al desiderio della regina, incominciò a raccontare il suo viaggio. Era facondo, come sappiamo, ed anche spesso eloquente, di una eloquenza che toccava in certi punti il sublime, nella sua stessa semplicità. Quella volta, poi, doveva riuscire più eloquente d'Iperide, usando a più nobile fine un famoso argomento dell'oratore ateniese. Egli, infatti, poteva presentare i documenti della sua gloria, in quelle sette creature umane, tanto diverse da ogni specie conosciuta, alle quali, oltre il rosso colore della pelle, dava tant'aria di novità lo strano costume di tingersi il corpo, segnandolo di svariate figure, e quell'altro, non meno [pg!365] strano, di portare al sommo della nuca quei ciuffi di penne dai vivaci colori.
E non era men bello vedere quei selvaggi sgranar tanto d'occhi, per contemplare quella società europea, tutta coperta di seta, di broccato e di trine. I cortigiani di Castiglia godevano, senza darsene ragione, di quel naturale contrasto fra due razze, una delle quali, ignota fino a quei giorni, e padrona di sè, doveva cadere in servitù dell'altra, e a mala pena conosciuta, e a mala pena assoggettata, sparire dalla faccia della terra. Poveri selvaggi del Nuovo Mondo! Ignorando la loro sorte, contemplavano attoniti la grandezza, la maestà dei reali di Spagna, offrendo loro nei canestri di vimini, intessuti con la loro arte bambina, la polvere d'oro che doveva destare tante cupidigie, ed esser cagione di tanti delitti all'uomo civile.
Della attenzione con cui tutta la Corte era stata ad udire il racconto, non occorre parlare. Erano così nuove le cose che diceva l'almirante del mare Oceano; e ciò che tutti vedevano riusciva a così vivo commento delle parole sue, che due ore trascorsero senza che alcuno di tanti ascoltatori se ne fosse avveduto. Pure, egli non aveva raccontato che sommariamente. Ma tutti si ripromettevano di udirlo ancora, e di avere da lui in tutti i più minuti particolari ciò che per sommi capi era stato esposto, quasi a sfiorare il tema, ad acquetare la prima sete, ma senza spegnerla ancora.
Com'ebbe finito di raccontare, Cristoforo Colombo presentò ad uno ad uno i suoi compagni di viaggio. Isabella e Ferdinando ebbero una cortese parola per tutti.