—Figliuol mio!—gli diceva il Talavera, con una voce chioccia che voleva parer soffocata dalle lagrime della consolazione.—Figliuol mio dilettissimo, è una grande contentezza per me, di potervi abbracciare! Che uomo, signori!—soggiungeva, voltandosi a guardare intorno; e non lasciando tuttavia sfuggire le mani del figliuolo suo dilettissimo.—Che uomo! Lo avevo sempre detto, io, che un grande onore ci sarebbe venuto da lui. Lumen veniet e coelo et hoc lumine implebitur terra. Che uomo! che uomo! Don Cristoval, voi dovete andar superbo dell'opera, vostra. E noi dobbiamo andar superbi di avervi conosciuto, di avervi indovinato.
—Questo io non dimenticherò mai,—disse Cristoforo Colombo, inchinandosi.
E liberatosi finalmente dalle strette del vescovo di Granata, si volse a don Alonzo Quintanilla e a [pg!369] don Luigi Santangel, che aspettavano la volta loro. Questi, poi, li abbracciò, e li baciò con effusione di cuore.
—A voi, consolatori, a voi confortatori miei nei tristi giorni d'abbattimento, io ho pensato ogni giorno, come a don Juan Perez Marcena, il degno guardiano della Rabida, e al fisico Francisco Garcia;—disse l'almirante, non curandosi più del Talavera, che ancora non si era allontanato di là,—Siete stati voi, buoni amici, i miei quattro punti cardinali; da ognuno di voi, se è lecita a cuori allegri una celia,—soggiunse egli ridendo,—vorrei intitolata una delle quattro parti del mondo.
—Ma per opera vostra, don Cristoval, son diventate cinque;—rispose il Santangel.—Mi è parso di capire dal vostro racconto che le isole occidentali son molte, e che non sia il caso di regalarle all'Asia.
—È un dubbio, questo, che altri viaggi risolveranno;—replicò l'almirante.—Ma se una quinta parte sarà, non dubitate, troveremo da cui intitolarla.
—Saranno tanti oramai quelli che vi hanno protetto!—esclamò il Quintanilla,—che vi troverete molto impacciato a ringraziarli tutti.—
Così dicendo, l'ottimo don Alonzo non potè trattenersi dal volgere un'occhiata al vescovo di Granata; il quale, scuotendo la testa nella sua pappagorgia, rotando gli occhietti astuti e succhiandosi le labbra, si tirò gravemente in disparte.
Più dignitoso a gran pezza si mostrò don Francisco di Bovadilla, il fiero commendatore di Calatrava. Non isfuggì il suo nemico, non negò il saluto riverente al fortunato uomo, che i suoi sovrani festeggiavano, che tutta la sua nazione acclamava; ma altro non fece, non mentì con le labbra [pg!370] una allegrezza, una amicizia, che non aveva nel cuore.
Fu molto cortese don Giovanni Cabrera, il marchese di Moya. Il vecchio cavaliere, dopo tutto, non aveva che da inchinarsi in quella stessa guisa che tutti gli altri avevano fatto al nuovo astro sorgente; da buon cortigiano, non aveva che da seguire l'esempio dei suoi eccelsi padroni. Aggiungete che la nube occorsa tra lui e don Cristoval, o piuttosto tra lui e la sua nobile compagna, era stata così lieve! Si poteva dir quasi che niente fosse avvenuto. Se poi era avvenuto qualche cosa, quel poco era stato facilmente dimenticato.