—Bohio;—rispose gravemente quell'altro.

—Ed ora, caro mio,—ripigliò Damiano,—ne so come prima. Amo per altro illudermi colla opinione che sia il nome di quella città minuscola, che apparterrà benissimo al gran Cane, ma donde non esce un cane per venirci a ricevere.—

Anche qui Damiano s'ingannava, per soverchio di fretta. Aveva appena finito di lagnarsi, che dalla strada principale di Bohio (diciamo Bohio anche noi, per dare un nome al villaggio) si vide apparire una schiera, una processione di naturali. Cosma, che aveva un occhio di lince e l'altro di falco, avrebbe potuto riconoscere a quella distanza che i cittadini di Bohio non erano niente più vestiti dei pescatori di Guanahani. E tutta quella gente muoveva incontro agli ambasciatori. Sicuramente, li avevano veduti da lungi, mentre giravano il poggio, ed era facile scoprirli su quell'altura solitaria, dove il terreno era sgombro di piante, e il verde del prato dava riflessi giallicci, sotto la gran luce meridiana del sole.

Ancora pochi passi, e si potevano sentire le voci degli abitanti di Bohio. Erano voci festose, grida di giubilo, a cui facevano eloquentissimo commento le braccia levate, i salti e le capriole della turba accorrente. Non vi maravigliate della poca gravità con cui gli abitanti di Bohio, forse i più ragguardevoli di quella terra, accoglievano i loro visitatori. Queste dimostrazioni allegre sono sempre state di tutti i popoli giovani; e pare che non disdicessero nemmeno ai re, se David potè ballare in mezzo ad una strada provinciale, davanti ai buoi che tiravano l'arca del Dio degli eserciti.

—Ecco un popolo molto cortese, a cui bisogna render giustizia;—osservò Damiano.—Non è quello di Quinsay, ma ci si accosta.—

[pg!91]

E si accostavano nel fatto gli abitanti del villaggio; poco vestiti gli uni, che parevano i più vecchi, e portavano un pezzo di stoffa di cotone legata intorno alle reni; ignudi gli altri del tutto.

Come furono vicini agli stranieri, i naturali di Bohio, si fermarono; ed uno di loro, che doveva essere un pezzo grosso nella tribù, forse il re in persona, accompagnato da due giovani selvaggi, che in segno di grande rispetto mostravano di sostenerlo sotto le ascelle, rivolse il discorso ai nuovi venuti.

Don Luigi de Torres si lasciò sfuggire quel giorno una stupenda occasione, che è sempre stata da fini diplomatici: quella di tacere in più lingue. Volle in quella vece parlare in tutte quelle che sapeva, e sventuratamente senza riescire a farsi intendere, nè dal suo interlocutore, che lo guardava trasognato, nè dagli interpetri della spedizione, che si guardavano tra loro, e avevano l'aria di dirsi a vicenda: «come parla bene! non si capisce una saetta.»

—Sentite, collega;—disse finalmente Rodrigo di Xeres;—sarà meglio che lasciamo parlare questi selvaggi.