—Sì, sarà meglio;—ripetè Luigi de Torres.—Per altro, non è stato male, fare una prova con tutte le lingue d'Oriente. Siamo sicuri, per conseguenza, di non essere sul territorio del gran Cane.
—Non dico che abbiate fatto male;—replicò Rodrigo di Xeres.—Vi approvo, anzi, e vi lodo del vostro accorgimento. Sappiamo oramai che cosa pensare di questa gente. A te, Caonec,—diss'egli, rivolgendosi al naturale di Guanahani,—parla!
—Quien?—domandò Caonec.
—Quel che ti pare, purchè tu parli.
—Castilla muy grande? Castillano muy fuerte?
—Sì, tutto quello che vorrai, ti ho detto,—replicò [pg!92] don Rodrigo spazientito.—Non vedi che i tuoi connaturali stanno aspettando a bocca aperta le tue parole, come gli antenati del mio collega aspettavano la manna nel deserto?—
Caonec non intese tutte quelle finezze di ragionamento; ma aveva capito di dover parlare, magnificando la potenza e la bontà degli stranieri. Non gli era difficile di dirne assai bene; anch'egli, come tutti i suoi connaturali, credeva che fossero figli del cielo.
E parlò lungamente, con grande scioltezza di scilinguagnolo, in quel suo strano idioma, così ricco di dittonghi e di suoni gutturali; parlò lungamente, facendo inarcare le ciglia del re di Bohio, che di tanto in tanto si volgeva a guardare gli stranieri, chinando la fronte e levando le palme, in atto di adorazione.
Come l'interpetre ebbe finito il suo discorso, il re di Bohio rispose brevemente, s'inchinò da capo, poi disse qualche parola ai suoi sudditi; otto dei quali si avanzarono tosto, s'inginocchiarono a coppie, ogni coppia davanti ad uno degli stranieri, offrendogli per sedile un intreccio di mani e di braccia.
—Seggiolina d'oro!—esclamò Damiano ridendo.—Seggiolina d'oro! Come da noi! Ma sai, Cosma, che son molto civili, questi signori selvaggi?—