Levati di peso i figli del cielo, le coppie umane presero tosto il portante. Anche il re, o capo degli anziani che fosse, non credeva disdicevole alla sua dignità di correre come gli altri. Correva anzi un pochino di più, perchè andava sempre a capo della sua gente, facendo di tanto in tanto qualche allegro scambietto. In verità, il re David, buon'anima sua, poteva andarsi a riporre.

—Guarda, guarda!—continuava Damiano, sentendosi dondolare così piacevolmente a mezz'aria.—È [pg!93] cento volte meglio che in lettiga. E si gode la vista del paese, e non si guasta la digestione. Io ti giuro, Cosma, che sono contento come una pasqua. Incomincio a credere che questi naturali di Bohio siano uomini civili, i quali si sono fatti selvaggi unicamente per non pagare il conto al sartore. A momenti vedremo la loro capitale. Spero bene che ci saranno donne. Altrimenti, come farebbero questi selvaggi a propagare la loro amabilissima specie?

—Metti,—rispose Cosma,—che ci abbiano le Amazzoni in un'isola vicina. Noi siamo cascati in un'isola tutta abitata da uomini.

—Dio sperda il tuo augurio, o Cosma! Vuoi tu guastarmi la gioia di questo ingresso trionfale in città?

—Eccola davanti ai tuoi occhi, la città di Bohio;—ripigliò Cosma, sorridendo.—Guarda il popolo che si affolla sugli usci delle capanne. Vedi tu una donna?

—No, per Giano bifronte, tuo santo patrono!—esclamò Damiano.—Non la vedo. E incomincio a credere che i tuoi scongiuri, o nemico delle donne, abbiano operato il prodigio. Ma bada, Cosma! io non ti perdonerò mai questa azionaccia. Che tu non le ami, sta bene; ma io.... io, passando l'acqua, ho cambiato di complessione.—

Erano giunti finalmente, come si è potuto anche capire dalla conversazione dei due amici; erano giunti, in mezzo alle grida, alle canzoni, ai salti, alle capriole, di tutto un popolo in festa. Tra uomini e ragazzi, quei naturali potevano essere un migliaio. Le case, in verità, non erano più di una cinquantina; ma tutte per capanne, assai vaste, ed ognuna bastava, come i nostri ambasciatori seppero di poi, per una numerosa famiglia, e magari per due.

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Scortati dal re, accompagnati da quelle grida e da quei salti, gli ambasciatori furono calati di seggiolina, davanti ad una casa più vasta delle altre. Colà, il capo della comitiva li invitò molto gentilmente ad entrare in una sala nobilmente arredata di scudi, d'archi e d'altre armi selvagge. Sicuramente era la sala del consiglio, perchè tutto intorno si vedevano dei sedili di legno, tutti d'un pezzo, evidentemente tagliati in un tronco d'albero, e in quel punto del tronco dove questo incomincia a spartirsi in rami. Quei sedili erano di forma stranissima, che indicava un principio d'arte imitativa, raffigurando essi un animale di corte gambe, con la coda rialzata in guisa da formare una spalliera. La testa non lasciava indovinare a qual genere appartenesse la bestia. Forse l'artista aveva voluto creare un animale fantastico; ma certamente era riuscito a farlo prezioso, poichè gli aveva incastonati due pezzi d'oro nelle occhiaie, e d'oro gli aveva fatte le orecchie.

—Noi siamo,—conchiuse Damiano, dopo avere osservate quelle orecchie d'oro,—noi siamo alla corte di Mida.—