Damiano aveva trovato modo di farsi lavare e strofinar le mani da lei. E poi, afferrato a sua volta il batuffolo delle erbe aromatiche, aveva voluto strofinar la sua parte anche lui. Con la eloquenza del gesto, le aveva dimostrato che il bisogno c'era. In fatti, la bella Anadiomene, versando dall'orciuolo si era rovesciata l'acqua sulle mani, e le aveva inumidite anche lei. Bisognava dunque rasciugarle. Ed egli si mise a strofinare con molta coscienza, ma perdendo altrettanta erba per via. Non ne aveva più un filo tra le dita, che strofinava ancora.
La bella Anadiomene lasciava fare, guardandolo coi suoi grandi occhi d'indaco stemperato. Ma infine, vedendo che il suo servente non accennava a finire, si mise a ridere, mettendo in mostra due file di denti che erano tante perline.
—Come vi chiamate, signora?—le disse con languido accento Damiano.
Ella non rispose, e lo guardò con aria trasognata.
—Che bestia!—proseguì egli allora, ma rivolgendo la parola a sè stesso.—Ella non capisce lo spagnuolo. Se le parlassi genovese! Ma no, questo bisogna serbarlo per i casi estremi.—
Fatto questo ragionamento, chiamò a sè l'interpetre di Guanahani.
—Caonec! domanda a questa bella bambina come si chiama, e trova anche il modo di farle sapere che il mio nome è Damiano.—
L'interpetre parlò; e Damiano, sentendo profferire nel discorso il suo nome, capì che la commissione era fatta.
[pg!101]
—Si chiama Samana;—disse l'interpetre, come ebbe finito il suo breve dialogo con la bella selvaggia.