Erano andati a sedersi, come desiderava Damiano, sull'erba del prato, all'ombra dei palmizi e dei cocchi. Le donne di Bohio si erano sedute accanto ai figli del cielo. I colibri svolazzavano di fiore in fiore: i pappagalli facevano un casaldiavolo sui rami degli alberi giganteschi; l'idillio e l'egloga intenerivano i cuori della comitiva satolla.
Poco stante, capitarono anche gli uomini della tribù. E chiesero, con l'aiuto degli interpetri, se i figli del cielo fossero rimasti contenti; pregarono che volessero rimanere molti giorni con loro, nella pace pastorale di Bohio, per riposarsi dei loro viaggi nell'aria e sul mare. Ma no, era impossibile, facevano rispondere i capi dell'ambasciata. Erano venuti per conoscere il paese, per chiedere come fosse grande quell'isola, quanti fossero i villaggi, e quanti [pg!105] i re; da chi dipendessero; se su quell'isola, o in altra terra vicina, imperasse il gran Cane, o il Prete Janni, od altro monarca; dopo di che, era necessario che ritornassero alla costa, per dar ragguaglio di tutto al loro grande almirante, signore dei mari, ma soggetto egli stesso al più grande monarca del mondo. Era necessario che partissero: sarebbero rimasti a Bohio solamente quella notte. Ma perchè il re di Bohio non sarebbe andato ad accompagnarli fino alla costa, per conoscere l'almirante, signore dei mari, che lo avrebbe accolto come un fratello, e gli avrebbe fatti dei ricchi presenti, per lui e per i principali uomini di Bohio?
Erano in questi discorsi, quando venne un selvaggio, probabilmente un servo del re, portando una cesta intessuta di vimini colorati. In quella cesta si vedeva una quantità di piccoli arnesi, di color lionato carico, in forma di fusi. Ma non erano fusi di legno; parevano di carta, o piuttosto di foglie disseccate.
—Che roba è?—disse Luigi di Torres.
—Come?—esclamò Rodrigo di Xeres.—Non lo sapete? Nell'estremo Oriente, nell'India pastinaca, non c'è nulla di simile? E non vi dà lume di niente il vostro Beniamino di Tudela?
—Voi scherzate, don Rodrigo!
—Eh, Dio buono, a quest'ora, dovrebb'essere permesso. Non avete voi pranzato di buon appetito?—
Frattanto avevano presi fra le dita quei fusi, li palpavano, li guardavano, li fiutavano. L'aspetto non era brutto; la sostanza cedeva al tatto, come un composto di foglie secche; l'odore era buono, ma di un aroma sconosciuto.
Il re, forse per dare il buon esempio ai suoi ospiti, prese uno di quei fusi, ne introdusse una [pg!106] estremità fra le labbra, e accostò l'altra ad un tizzone acceso che gli porgeva un famiglio. Appiccato il fuoco a un capo del fuso, il re si mise a tirare il fiato dall'altro, e incominciò a render fumo dalla bocca.
—Oh, taorib!—esclamò Damiano, che aveva seguita con occhio curioso l'operazione regale.