L'interpetre di Guanahani spiegò a Damiano e alla compagnia che quello non era taorib, ma si diceva kohiba.

—Siamo lì!—disse Damiano.—E a che serve quel succhiar foglie accese e dar fumo dalla bocca?

L'interpetre stentava a capire. La frase di Damiano accoglieva troppi vocaboli nuovi per lui.

—Ti domando,—riprese Damiano,—che cosa è questa kohiba.

—Un'erba,—rispose allora l'interpetre,—un'erba che scaccia gli spiriti della sera.

—Spiriti?... che sono in corpo?—domandò Damiano, aiutando le parole col gesto.

Caonec rispose affermativamente. Ma forse intendeva di spiriti che possono entrare in corpo. Nondimeno, si trattava sempre di spiriti, e della utilità grande di mandarli a quel paese.

—Ah!—disse Damiano.—Credo di averne bisogno ancor io. Vuoi tu accendermi questa kohiba, dolce Samana Taorib?—

La fanciulla non capì le parole, ma il gesto era eloquente; ed ella appagò il desiderio del suo cavaliere. Prese il fuso, lo accostò alle labbra, lo accese al tizzone, e poi lo porse graziosamente a Damiano.

Questi incominciò a guardare devotamente la traccia umida che le labbra di Samana avevano lasciata sulla estremità del fuso. E più divotamente accostò le sue labbra a quella traccia; poi diede la stura agli inni, rubando frasi ed immagini al Cantico dei Cantici.