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Taorib! Taorib! Sono dolci i tuoi amori, e il succo delle tue labbra è migliore del miele. Non parlo del vino, come termine di confronto, perchè il vino della Santa Maria non è altro oramai che un cattivissimo aceto, un aceto con sapore di muffa, neanche buono a condire il cappone in galera. Taorib! Taorib! i tuoi occhi sono due pezzi di lapislazzuli, in mezzo a cui l'orafo divino ha incastonati due diamanti purissimi. Il tuo collo è come la torre di Sion, a cui Davide appendeva le targhe dei prodi, ed io appenderei una collana di baci. I tuoi orecchi sono come capriuoli... cioè, no, veramente non sono i tuoi orecchi; ma, sono capriuoli egualmente, sebbene non si levino tra i gigli. Ed io mi levo... mi levo su, leggero leggero, enfiato come una vela maestra, dal soffio di una legione di amori.—

Non era più un discorso, quello di Damiano; era un mormorio; un bisbiglio all'orecchio di Samana, mentre intorno a loro erano parecchie conversazioni avviate. Samana Taorib stava a sentire la filastrocca, come trasognata, cadente dalle nuvole, mentre egli, sentendosi più leggero che mai, andava con la fantasia più alto che non dicesse a parole.

Taorib! Taorib!—seguitava egli, balbettando.—Vuoi tu seguirmi lassù? Ti porto in cielo. Strappo un par di raggi alla prima stella che passa, e te ne faccio un diadema; qualche goccia di rugiada alle nubi, e te ne faccio una collana di perle. Taorib! Samana Taorib!...—

Samana Taorib, più confusa che mai da quella monotonia di suoni deprecativi, volgeva intorno i suoi grandi occhi d'indaco.

—Caonec!—diss'ella, vedendo l'interpetre seduto sulle calcagna, a pochi passi da lei.—Cosma kohiba nericama?

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Damiano incominciava a sentirsi impacciata la lingua; ma aveva ancor sano l'orecchio.

—Caonec!—diss'egli a sua volta.—Che dice, la mia bella sovrana?

—Domanda,—rispose Caonec,—perchè il tuo amico non ha voluto fumare kohiba.