—Che c'è!—domandò Rodrigo di Xeres, vedendo la scena.

—Niente, don Rodrigo;—balbettò Damiano, tenendosi lo stomaco, e stralunando gli occhi.—Vado a prendere un po' d'aria.

—Infatti, siete assai pallido.

—Sfido io... con quella kohiba! Ma l'aria fresca mi farà bene. So un poco di medicina, don Rodrigo, e penso che potrò liberarmi... da questa oppressura. Vapori, capite? vapori dello stomaco. Ippocrate dà dei consigli, in proposito; Galeno raccomanda; e Celso non contraddice.—

Così dicendo, Damiano si allontanò, appoggiandosi al braccio di Caonec. Le gambe lo reggevano male, ma il braccio del suo compagno era saldo. Così avesse egli avuto saldo lo stomaco! In quella vece, o Dio liberatore!... Ma è giusto che certe cose [pg!110] avvengano, per salutare esempio, se non per edificazione dei popoli.

Mezz'ora dopo, respirata l'aria fresca della macchia, risciacquata la bocca e la fronte allo zampillo di una sorgente vicina, con lo stomaco debole e il cervello intronato, Damiano ritornò verso la comitiva. Il sole era tramontato, e la notte si avvicinava a gran passi. Nell'ombra della sera, e attraverso le nebbie dei suoi occhi, Damiano vide Cosma che stava presso l'uscio della capanna. La fanciulla dagli occhi d'indaco era vicina a lui, e pareva guardarlo con molta attenzione.

—Samana!—disse Damiano.—Che fai tu qui, in così stretto colloquio con l'amico mio?

—Cosma...—rispose l'ingenua selvaggia, non arrossendo neanche, sotto la sua pelle di rame,—Cosma taorib!

Damiano si morse le labbra. Ma aveva lo stomaco tanto debole, e il cervello ancora tanto annebbiato, che non si provò neanche a gridare.

—Ho capito;—mormorò.—Buona fortuna, Cosma taorib! Io vado a letto. Come si dice letto, nella lingua di questo popolo agreste? Ah, mi ricordo, amac. Io dunque vado nell'amac... e senza taorib.—