—A chi lo dite?—esclamò Damiano.—Sono anche un po' medico. E assaggerò di questa farinata gialla, che mi pare di ceci.

—Maiz;—disse Caonec—Qui mangiare, là nascere.—

Indicava, così dicendo, certe pannocchie dorate di quello che si chiamò poi grano turco; le quali pannocchie pendevano dalle pareti della capanna. Insieme con altre sementi di civaie, che gli ambasciatori avevano raccolte, per portarle alla costa.

Il pasto fu leggero, ed anche breve; Damiano non innaffiò la sua farinata di maiz che con sorsate di acqua pura. Finalmente, gli ambasciatori si alzarono, per prendere congedo dai loro ospiti di Bohio. In due grandi ceste di vimini, ricambiate con le solite perline di vetro colorato e sonagliuzzi di rame, avevano fatti riporre i saggi della agricoltura di Bohio; e i naturali del luogo vi aggiunsero una discreta quantità di bambagia, che traevano da un fiore, non coltivato nei campi, ma facile a trovarsi dovunque nello stato salvatico. Era, come immaginate, il cotone. E i naturali dell'isola conoscevano l'arte di filarlo, per tesserne le loro amache non solo, ma ancora i manti di cui le donne più ragguardevoli si adornavano le spalle, e le pernague, o pannicelli, che tutte si giravano intorno ai fianchi.

Insieme con le ceste di vimini, che erano confidate alle cure dei due interpetri, gli ambasciatori dell'almirante portavano un carico meno pesante, ma egualmente voluminoso, di utili notizie, raccolte a fatica, e forse non tutte dirittamente intese, sulle condizioni dei luoghi. Sapevano, per esempio, [pg!114] che in quell'isola, detta di Cuba, erano molti i villaggi, ognuno col suo re, detto cacìco; potevano riferire con certezza all'almirante che quei villaggi erano tutti, dal più al meno, come quello di Bohio, e che non era a sperare di trovarci il gran Cane, nè il Prete Janni, nè altri segni di dominio orientale, nè perle, nè oro, nè spezierie. Queste ricchezze, per altro, dovevano ritrovarsi a staia, molto più lungi di là, verso ponente, in un'isola, o terra, che i naturali di Bohio chiamavano col nome di Babeque.

O Babeque, o isola fantastica come quella di San Brandano, cercata inutilmente come quella di Cipango, voi avete fatto perdere un tempo prezioso al signor almirante del mare Oceano. E siete rientrata nel gran limbo delle cose vane, senza che i posteri siano mai venuti a capo di sapere che diavolo intendessero di accennare, pronunziando il vostro riverito nome, i naturali di Cuba.

—Ed ora, amici, in cammino!—aveva detto Rodrigo di Xeres.—Bisognerebbe esser domani alla costa, per non tenere in ansietà il nostro signor almirante.—

Il cacìco e i principali della tribù accompagnarono l'ambasciata per un buon tratto di strada. Le donne, affollate all'ingresso del villaggio, piangevano sulla partenza dei figli del cielo.

Damiano vide tra quelle donne, e in prima fila, quella perfida Samana, che lo aveva lasciato solo a combattere coi fumi della kohiba, andando a chiamare taorib il suo amico e fratello Cosma. Stette saldo, vedendola, e guardò davanti a sè, fingendo di non averla veduta.

Le donne si accalcavano intorno agli ambasciatori, baciando loro le mani. Samana approfittò di quella confusione per accostarsi a Damiano.