Egli era partito dal capo Alfa ed Omega la mattina del cinque di dicembre. Non toccò la punta occidentale della nuova isola che nella sera del sei. Approdò ad un porto, a cui diede il nome del santo di quel giorno, san Nicolò; nome che i posteri hanno conservato a quel sorgitore, spazioso e profondo, attorniato di alberi d'alto fusto, molti dei quali erano carichi di frutti.
Verso il fondo del porto si stendeva una vasta pianura, irrigata da un'acqua limpidissima. Nel porto si vedevano cinque piroghe, grosse come fuste spagnuole, di quindici banchi ciascuna. Sicuramente erano villaggi in vicinanza; ma i naturali, alla vista delle navi straniere, erano tosto fuggiti alla macchia.
Non potendo aver pratica con quella gente, l'almirante fece rimettere alla vela, seguendo la costa verso tramontana, finchè giunse ad un altro porto, da lui chiamato della Concezione. Anche in quel [pg!121] porto metteva foce un piccolo fiume. La costa abbondava di pesci, molti dei quali saltavano perfino nei palischermi. E perchè la più parte di quei pesci somigliavano a quelli delle coste di Spagna, e perchè parve di udir dai boschi vicini il gorgheggio del solito rosignuolo di Andalusia, e perchè l'aspetto dei monti e delle colline ricordava anch'esso la terra dond'erano partiti i navigatori animosi, l'isola ebbe il nome nuovo di Spagnuola, innanzi che fosse conosciuto il suo vero nome di Haiti.
Erano nel dintorni del porto le tracce d'una grossolana coltura; ma non si vedevano abitanti, perchè tutti erano fuggiti all'arrivo degli stranieri. Quattro o cinque ne furono veduti in una radura del bosco, che stavano spiando i nuovi venuti; si diede loro la caccia, ma non fu possibile raggiungerli.
Desiderando l'almirante di entrare ad ogni modo in relazione coi naturali dell'isola, mandò sei uomini bene armati in esplorazione. Trovarono essi dei campi coltivati, delle tracce di sentieri, delle eminenze con avanzi dì carbone e di cenere; ma gli abitanti impauriti si erano sempre tenuti lontani da loro. Non era molto, ma bastava a convincere l'almirante che la popolazione dell'isola fosse abbastanza numerosa. Quei fuochi che egli aveva veduti risplendere la notte innanzi, e di cui erano state ritrovate le vestigie, ricordavano ciò che si sapeva per tradizione in Ispagna, dei fuochi accesi nelle montagne dal popolo cristiano, al tempo della invasione degli Arabi, per avvertire gli abitanti del piano di fuggire quanto più potessero lontani dal lido minacciato.
Era il 12 dicembre, quando Cristoforo Colombo piantò solennemente una croce, sopra un poggio all'ingresso del porto, per dinotare che ne aveva [pg!122] preso possesso. Cosma e Damiano, che passeggiavano allora in quelle vicinanze, scopersero sul confine di una macchia vicina un gran numero di naturali. Data la voce ad alcuni compagni, e tosto seguiti da essi, corsero sulle tracce di quella gente, che si era data, come potete immaginarvi, alla fuga. Non impediti da drappi, nè da falde, quei naturali guadagnarono facilmente terreno, e non furono potuti raggiungere. Ma la fortuna arrise a Damiano, che era più innanzi dei compagni, e potè metter la mano sopra una giovane donna, rimasta ultima dello stuolo fuggitivo.
Confessiamo, per amore di verità, che Damiano da principio non pensò al sesso della sua preda. L'aveva abbrancata e la teneva forte. Ma alle strida di lei, riconobbe di aver sotto l'unghie una donna. E senza lasciarla tuttavia, la strinse un po' meno, cercando in quella vece di chetarla, con quel po' di lingua selvaggia che aveva imparata.
Quel poco, per altro, era pochissimo; una sola parola.
—Taorib!—le disse.—Taorib!—
La donna seguitava a divincolarsi, ma inutilmente. Del resto, sopraggiungevano i compagni di Damiano, a prestargli man forte.