—Eh, se sarà degna dei nostri omaggi, perchè no? Ne ho pensato una, sai? L'altra volta, caro mio, mi hai sconfitto facilmente, avendo io bevuto troppo di quel maledetto liquore, e sorbito quell'altro veleno nel fumo dell'erba magica, o che altro diavolo fosse. Ma questa volta, per tua regola, non berrò che acqua, non accosterò kohiba alle labbra, e ce la vedremo, mio caro!—
Cosma ascoltava e sorrideva, di quel suo sorriso malinconico che non iscopriva i segreti dell'animo, ma li lasciava intravvedere, e faceva di lui un personaggio singolare in mezzo a quella numerosa famiglia di poveri naviganti.
Il drappello si era avvicinato, e i due amici riconobbero nella creduta regina la giovane donna che avevano fatta prigioniera il giorno innanzi e poi ricondotta a mezza strada verso il villaggio. Coperte le spalle del suo manto dai vistosi colori, cinta il collo dei sonagli e delle perline di vetro che le aveva donato l'almirante, ella veniva tutta sorridente e felice su quel suo cocchio improvvisato. Il marito di lei precedeva il drappello, e fu molto contento di aver lì pronto un interpetre, per fare un lungo discorso, in cui esprimeva la sua profonda riconoscenza per la bontà che i figli del cielo avevano dimostrata verso sua moglie.
Una buona parola non è mai sprecata. Damiano ebbe il premio di quella che aveva detta tante volte alla giovane selvaggia; lo ebbe sentendosi da lei chiamare per nome. Era il nome con cui essa lo aveva sentito chiamare dagli amici, e non lo aveva dimenticato.
—Damiano!—gli disse;—Damiano!—
E pareva contenta di rammentarlo; più contenta di dimostrargli che lo aveva ritenuto.
—Ah! sia lodato il cielo!—mormorò Damiano.
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—Questa, almeno, non mi cambia il sesso. Buon giorno, taorib!—soggiunse ad alta voce, facendole con la mano un grazioso saluto.
—Ella sa il tuo nome;—gli disse Cosma all'orecchio.—Chiedile almeno il suo.