Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello. Fata trahunt, avrebbe potuto dir loro Damiano, che sapeva di latino. Ma a qual pro', se i naturali di Cuba non capivano il latino?
Il drappello si pose in cammino, accompagnato dal saluti, dai gemiti, dalle acclamazioni di tutta la tribù. Era un tumulto assordante, aggravato ancora, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con sè, per non aver aria di sgradire i donativi di quell'ottima gente.
—E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti, [pg!130] nemici dell'uomo!—gridava Damiano.—Se almeno si capisse il vostro linguaggio!
—Tu non hai pazienza;—gli diceva Cosma.
—Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre;—rispondeva Damiano.—Ma queste bestie maledette, la farebbero perdere a Giobbe.
—Ah sì! bell'esempio che tu porti! un uomo che si lagnava dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina.
—E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti, con quel po' po' di disgrazie e di guidaleschi addosso! e con quella razza di amici! e con quella donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso moglie!...—
Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di Damiano.
—Scusami, sai;—ripigliò Damiano, vedendo, o piuttosto indovinando l'effetto delle sue parole.—Volevo dire: felice te, che di amici chiacchieroni non ne hai alle costole che uno.
—E lo amo, e son lieto di avercelo;—disse Cosma, stendendogli la mano.