Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero, per mandare un ultimo saluto alla tribù, che era tutta quanta affollata all'ingresso del villaggio, in atto di contemplare i figli del cielo.
—Che è?—disse Cosma.—Uno dei naturali viene verso di noi, correndo come una lepre.
—Che cosa vorrà?—disse Damiano.—E che diavolo porta egli in mano? Qualche cosa di verde. Una foglia di palma, forse? A te, che hai un occhio di lince, e l'altro di falco; vedi un po' tu.
—Povero Damiano!—esclamò Cosma, non potendo trattenere un sorriso.—Sta a vedere che quella palma è per te! Infine, non hai tu trionfato? e non la meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una [pg!131] foglia di palma. Tura gli orecchi, Damiano; è un pappagallo.
—Che il diavolo si porti anche quello;—gridò Damiano.—Ma perchè poi dovrebbe essere destinato a me? Non sei tu il capo della spedizione? I donativi vanno al comandante, mi pare.—
Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color di rame non permetteva agli Europei di riconoscerlo. Ma bene lo distinse l'interpetre.
—Marito a Caritaba;—diss'egli.
—Che cosa ti dicevo io?—mormorò Cosma all'orecchio di Damiano.—È il marito della bella: ti porterà un ultimo saluto di lei.—
Era infatti il marito dell'indiana, a cui erano state fatte tante buone accoglienze il giorno innanzi, e tanta festa un'ora prima. Veniva egli con un pappagallo nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli, guardò un poco nel crocchio, per cercare il suo uomo; lo ritrovò, diede un grido, e gli offerse il pappagallo, dicendo con breviloquenza spartana:
—Caritaba.... Damiano.