—Cari....—balbettò Damiano, confuso.
—Caritaba;—gli rispose una voce.
Ma non era la voce dell'indiano; era la voce del pappagallo.
—Diciamo dunque Caritaba;—conchiuse Damiano, rassegnandosi.—E tu, Cusqueia, sapientissimo tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso presente.—
L'interpetre capì ad un bel circa il pensiero di Damiano. E parlò al marito di Caritaba; ne ebbe la risposta, e la riferì prontamente a Damiano.
—Caritaba,—diss'egli,—contenta dono Damiano. Figli del cielo amare bestie parlanti. Caritaba mandar bestia parlante Damiano.
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—Grazie!—rispose Damiano, commosso, ma non fino alle lagrime.—Dica quell'ottimo naturale alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo sul mio cuore, finchè mi duri la vita.—
L'interpetre capì quel che potè, disse quel che gli parve meglio, e fece saltare quell'altro dalla gioia.
—È contento vedi? è contento;—rispose Damiano.—Ma già, quell'ottimo naturale ha il suo segreto in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il motto di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d'oro.—