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—Mi rinchiudo nel mio guscio,—rispose Cosma,—e non ti dico più nulla.—

Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo sul pugno il suo pappagallo, che di tanto in tanto gli veniva ripetendo:

—Caritaba!

—Sì, Caritaba! e aggiungi anche taorib, bestia malnata!—borbottava Damiano.—Io dunque ti porterò in Europa, perchè tu m'introni sempre gli orecchi, con quel tuo Caritaba?

—Senti,—si provò a dirgli Cosma,—ora tu sei maravigliosamente ingiusto. Vorresti dunque che egli ti dicesse.... Samana?

—Ah sì, non ci mancherebbe più altro;—rispose Damiano.—Ma infine, tu mi ci fai pensare: qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana; alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte di Bohio. Mi dirai che mi contento di poco. Ebbene, che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero, un ricordo; ecco l'amore.

—Caritaba!—gracchiò il pappagallo.—Caritaba!

—O senti, tu! non potresti cambiarmela, una volta tanto, la musica?—gridò Damiano, seccato.—Dirmi, per esempio, Caratiba? Carabita? Catariba? Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir Catarina; non è vero, Cosma?—

Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero rinchiuso nel suo guscio.