—Che cosa si vuole da noi?—gridò Damiano all'interpetre.—Che diavolo ha detto il cacico?

—Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;—rispose Cusqueia.—Amici consiglieri di Guacanagari condurre nelle case figli del cielo.

—Ospitalità?—disse Damiano.—E niente banchetto nella casa reale? Tanto meglio. E la fortuna assista ognuno di noi. Cosma mio bello, salute!—

Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone, che lo portavano, più che non lo conducessero, verso il lato sinistro della piazza. Damiano si lasciò trascinare verso il lato destro. E non era neanche scontento di quella dolce violenza; neanche scontento di vedersi per un po' di tempo lontano dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi fratelli amatissimi. L'amicizia è una bella cosa; ma qualche volta è pesante; specie quando il cuore vi dice che essa non basta alla vostra felicità, e che una.... Ma c'è egli bisogno di mettere i puntini sugli i?

Damiano era stato preso per le braccia da un vecchio, il quale gli faceva un discorso e dei gesti vivaci. Egli non capì una parola del discorso, ma indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero accolto non era molto lontana. Anzi, tutt'altro, era in fondo alla piazza, e molto vicina alla casa del re.

—Sono coi pezzi grossi;—pensò.—Cusqueia, del resto, lo ha detto: amici e consiglieri di Guacanagari. [pg!150] Attento Damiano! qui bisognerà star bene in gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.—

Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli, forse nipoti, fors'anche generi del personaggio eminente. Generi!... Damiano pensò naturalmente alle figlie. Infatti, dove son generi, son sempre figliuole. Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto che i generi abbondino.

Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle frasi del vecchio, sorridendo alle frasi dei giovani, sorridendo a tutti e a tutto. Si sarebbe arrivati finalmente in qualche luogo, dov'egli potesse continuare a sorridere, e con più gusto che allora.

E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza e l'architettura esteriore promettevano assai. Le antenne, che salivano a sostenere il gran tetto di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di fiori, bell'indizio di altri fiori ch'egli avrebbe ritrovati nell'interno. La porta aveva stipiti di legno, intagliati rozzamente, ma di bella apparenza, perchè l'intaglio era screziato di vivaci colori. In alto, dove i grandi d'Europa mettono lo stemma e la corona, si vedeva un bianco teschio d'animale, in mezzo ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze ed altre armi selvagge.

—Questo,—disse Damiano tra sè, poi ch'ebbe veduti quei simboli,—è certamente il savio che presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia Minerva! Ma io, confesso il mio peccato, preferirei un'altra divinità.—