Tra persone che non parlano la medesima lingua, non è da far cerimonie. Anche i naturali di Haiti intendevano questa verità elementare. E subito condussero Damiano nella stanza più vasta, quella del focolare, che è la più intima, e che, presso tutti i popoli primitivi, del nuovo mondo come del vecchio, è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella dolce intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti di canne, era imbandito il pasto. Ciotole e vasi d'argilla erano disposti davanti ai commensali; ma la parte maggiore del vasellame di tavola si componeva di zucche, d'ogni forma, d'ogni misura, e in vari modi tagliate, per servire a tutti gli usi, del mangiare e del bere.
Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato attentamente in giro. E adocchiate le giovani donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli o no, a qualcheduna bisogna pur dare la palma, e a lei volgere la muta adorazione, la giaculatoria degli occhi. L'attenzione di Damiano si era fermata sopra una bellezza nascente, dal color di rame [pg!153] assai chiaro, traente al roseo. Come forma, era fatta a pennello, anzi meglio, a scalpello, se non da Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più valenti discepoli. Mi chiederete come potessero artisti greci aver passato l'Atlantico, per modellare quella bella creatura; ed io correggerò la mia frase dicendo che non un discepolo di Fidia o di Prassitele, ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva plasmata quella creta e spiratole in fronte il soffio della vita. L'opera ci guadagnerà, in questo cambio d'artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa, è un altro paio di maniche.
Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta dai ciuffi indocili della sua negra capigliatura? Amerei meglio parlarvi della grazia birichina con cui portava una ghirlanda di vitalba, o d'altro fiore consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei parlarvi (ma bisognerebbe farlo bene) delle sue guance floride, lucenti e morbide come le pesche mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano spicco due grandi occhioni neri, maravigliosamente frangiati di ciglia e di sopracciglia nerissime. Erano quelli i veri occhi parlanti, e dicevano, quando ella arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi dall'alto, un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente un visibilio di pazzie. E quelle labbra tumidette, coralline, rugiadose! E quei denti piccolini, luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non voglio che perdiate la testa, come il nostro amico Damiano. Vi dirò brevemente che era dal capo alle piante un miracolo di bellezza, di salute, di gioventù; che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native eleganze che si sogliono immaginare oggidì nella creola americana, e che del resto non mancano neppure in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.
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Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete che questi sbalordimenti non mettono un uomo per terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando, stimolando, aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava a tutti e a tutte, dicendo quelle frasi corte con cui si suole accompagnare il gesto, quando si sa che solamente da questo e per questo possiamo esser capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando e gesticolando con quanta più grazia poteva; ma si volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo aver ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare in un punto, e pare che non abbiano guardato altrove, se non per descrivere il mezzo cerchio, e ricascare a quel punto.
La bellissima creatura aveva capito tutto quel sapiente artifizio di occhiate. E quando gli sguardi dell'ospite, dopo aver ben girato di qua e di là, venivano a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su lei, si confondeva, abbassando le ciglia. E allora le due frange nere pendevano come lembi di velo, ad ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un doppio raggio bianco azzurrino, che andava diritto agli occhi dell'ospite, e dagli occhi al cuore, per accendergli il sangue.
Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva mestieri d'interpetre. E se nella vita si potesse parlare sempre quello, confessiamo sinceramente che nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere, nè perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso e sciocco, che è la grammatica.
Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano? Egli non se ne avvide; mandò giù, senza badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò pochissimo. Che cosa gli diedero da bere? Doveva essere uno di quei soliti liquori, che mordono la [pg!155] lingua, bruciano il palato, e mandano i fumi al cervello. Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone di casa si avvide sicuramente che il suo ospite non gradiva le bevande fermentate di Haiti, perchè ad un certo punto, fatta appressare una gran zucca, gli versò dell'acqua nella ciotola. E allora Damiano tracannò tutta quell'acqua, che era fresca e gustosa, chiedendone tosto dell'altra. E bevve, da quel momento in poi, bevve largo e frequente. Gl'innamorati, si sa, bevono sempre molt'acqua. Non hanno bisogno di bevande eccitanti, perbacco; piuttosto di refrigeranti, che estinguano, insieme con la sete, i soverchi ardori del sangue.
Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane indiana? Già ve l'ho detto. Si era messo in testa di doversi innamorare, e innamorare a buono, di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa, correva la sua ventura, soggiaceva al suo fato.
Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto a lui quella bella creatura. Ma era poi da vederci un capriccio della fortuna, o non piuttosto una scelta, più o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei padroni di casa? Poteva essere una delicatezza di costume, non rara tra selvaggi, di collocare al fianco dell'ospite la più bella donna della casa, come d'imbandirgli la più preziosa vivanda sul desco. Fors'anche era un rito, che la più giovane donna fosse data per compagna al forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il tetto ospitale. Insomma, potevano essere tante cose e tante altre; e Damiano non poteva immaginarsele tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero balenate tutte alla mente, egli, nello stato d'animo in cui era, e nella assoluta ignoranza degli usi selvaggi, non avrebbe saputo cavarne un costrutto. Ora, delle cose che non si sanno, una scienza mediocre insegna a non cercare il come e il perchè.