Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire quel discorso in lingua sconosciuta, guardandosi ad ogni tanto l'un l'altro, e ridendo stupidamente, come sempre avviene, quando si ride senza sapere di che. Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli; naturalmente fuori di tono. E risero anche di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano. A breve andare parlarono tutti, alternamente da prima, e poi tutti insieme, facendo un passeraio.
—Sì, bravi, parlate un poco voi altri;—diceva Damiano.—Io non ne potevo già più. Parlate molto, fino a schiattarne. E non date retta a me, sopra tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa vicina, che mi arrovescia la testa, con tanta languidezza di gesto, e mi guarda di sotto a quelle frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni, selvaggia dell'anima mia, che io mi sorbirei tanto volentieri, come un ovo fresco? Mi dirai che [pg!160] non è cortese, in un ospite, dopo aver desinato, accogliere pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma che ci posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi, come sei bella, esser buona? Ah, infine, ve ne andate, voi altri? Volete lasciarmi con questa dolce taorib.—
Aveva in Haiti il taorib la stessa potenza magica del Sesamo nella novella orientale di Alì Baba? Probabilmente non si trattò che di una coincidenza fortuita. Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo, non c'erano neanche più i due padroni di casa. Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando Damiano, poi ammiccandosi l'un l'altro, quasi volessero dirsi, a mo' di un babbo e di una mamma d'Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere; avranno tante cose da dirsi!
—Taorib!—mormorò Damiano, piegandosi sulla vita, verso la bella selvaggia.—Taorib!—ripigliò, mettendo nella parola tutta la intensità soave e profonda di cui erano capaci le sue corde vocali.
—Mara Taorib;—rispose ella, tentennando la testa.—Ada turey taorib.
—Mara!—esclamò Damiano.—Che roba è questa? Ma vediamo. Le ho detto bella, ed ella mi risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di capire. Mara taorib, come a dire: niente bella. Ma che cosa vorrà poi dire Ada turey, che è per giunta taorib? Dimmi, bambina;—soggiunse egli, facendo il viso dell'uomo impacciato;—che cosa vuol dire Ada turey?—
La bella selvaggia rise delle angustie in cui era il suo povero interlocutore. Poi, levato il braccio, e [pg!161] descrivendo coll'indice un mezzo, cerchio in aria, più alto che potè gli disse: turey.
—Il cielo?—domandò egli.
E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta con ambe le mani la volta del firmamento, fece l'atto, di curvarsi, pregando. La bella selvaggia battendo le palme, ripetè ancora due volte: turey.
—Dio voglia che io abbia capita la prima parte del tuo discorso, come mi par di capire la seconda. Infatti, che cosa ci ha da fare qui il cielo... che è bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella, ma è bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura, io sono il taorib? io, il taorib, non è vero?—