— Col monile di perle?
— Col monile di perle; — ripetè l'arcario.
E aggiunse mormorando:
— Trentamila sesterzi! E non è ancora contento!
— Che cosa borbotti? — domandò il cavaliere, sorridendo.
— Che l'hai pagato trentamila sesterzi, e ti pare d'aver fatto un dono di poco.
— Ma sì, pur troppo! — esclamò Tizio Caio. — Le son perline da nulla, e mi duole non averne trovato di più vistose. Non sai tu, vecchio Lisimaco, che ce ne sono di grosse come le noci e più ancora? Si racconta che in Egitto, nella reggia dei Tolomei, ce ne siano due molto più grosse degli occhi che mi stai ora facendo.
— Sono in Egitto; che fortuna! — gridò l'arcario, che proprio non se la poteva rattenere fra i denti.
— Chiamala una disgrazia; — rispose il cavaliere. — Noi, per averle, dovremmo far guerra all'Egitto. E chi sa, che un giorno o l'altro non me ne salti il ticchio?
— La guerra è una bella cosa; — notò il vecchio servitore; — essa riempie i forzieri, non li vuota.