E aggiunse tra sè, commentando quel sospiro malinconico:

— Mille denari, per una pianticella che non è la metà del mio braccio! —

Il silfio era una pianta preziosissima e celebre tra gli antichi per le miracolose proprietà che le erano attribuite. Risanava ogni male, purificava l'aria e l'acqua, e, come se ciò non bastasse, addormentava le pecore e faceva starnutare le capre. Tolgo questi particolari da Teofrasto e da Plinio, che ci indicano il silfio come una pianta fornita d'una radice carnosa, d'un gambo simile a quello del finocchio, e d'una foglia a un dipresso come quella del selino. A Cirene lo si aveva per sacro, essendo apparso di botto, come diceva la leggenda, dopo una pioggia di bitume, sette anni dopo la fondazione della città, nell'anno 420 di Roma. I compagni d'Alessandro il Macedone trovarono questa pianta copiosamente sparsa sulle montagne di Candahar. Aristofane fa dire ad un sicofante che egli non muterebbe vita, neppur se gli regalassero del silfio, consacrato a Batto, il fondatore di Cirene. Giulio Cesare vendette per mille cinquecento marchi d'argento la provvista di silfio che si custodiva nel pubblico erario di Roma. Nerone un giorno ne ricevette una pianta in dono, e a palazzo se ne fecero molti discorsi, come di un presente straordinario. Infine, il silfio è rappresentato sul rovescio delle monete di Cirene, che non è celebre solamente per questo, ma anche per aver dati i natali al poeta Callimaco e al filosofo Carneade, quello che va debitore della sua fama, in uguale misura, ai grandi elogi di Cicerone e alla poco salda memoria di Don Abbondio.

— Bene! — esclamò Caio Sempronio. — Dunque, sta sano, mio vecchio Lisimaco.

— Ma... vorrei dirti...

— Sì, sì, capisco che vorrai dirmi qualche cosa; ma non ho tempo, sai? Oggi si tratta di lavorare per la felicità degli altri, e non è tempo da pensare alla propria. —

Ciò detto, diè una voltata sulle calcagna e si avviò verso il pròtiro, lasciando il suo vecchio arcario a crollar mestamente il capo, com'era suo costume da parecchi giorni.

Lisimaco non aveva anche finito di ciondolare, che il cavaliere tornò indietro.

— Vedi che bestia! Dimenticavo l'essenziale. Sono andati i servi agli Orti Ventidiani?

— Sì, mio signore.