— Ed io, vedi, ho risoluto; andrò nella milizia. —

Lisimaco ebbe un barlume di speranza.

— Quando, mio signore? — domandò egli sollecito.

— Appena avrò speso l'ultimo quattrino; — rispose Caio Sempronio.

La fronte del vecchio si rannuvolò di bel nuovo. Intanto il nostro cavaliere si avviò da capo all'uscio di casa, e questa volta per non tornare più indietro.

Tizio Caio Sempronio andava a piedi, perchè i Romani di quel tempo non si erano ancora tanto infemminiti da adoperar la lettiga. Ma i suoi servi lo avevano preceduto agli orti Ventidiani, ed uno di loro portava, tra gli altri arnesi, un paio di mullei, calzari elegantissimi, dello stesso colore della tunica, affinchè il padrone potesse comparire in casa di Cinzio Numeriano senza traccia di polvere.

Quel giorno il nostro cavaliere faceva l'ufficio di auspice; un quissimile di ciò che è presso i moderni francesi il garçon de la noce. Era lui che qualche giorno prima aveva assistito al contratto degli sponsali e che quella stessa mattina aveva osservati gli augurii; senza ridere, vi prego di crederlo. Inoltre, da buon romano, aveva posto mente a non stabilire le nozze in giorno nefasto, come sarebbero state le Calende, le None e gli Idi, le feste Parentali, le Salie, ed altre che per brevità si ommettono.

Tre giorni si spendevano dai Romani nella celebrazione delle nozze. Nel primo, lo sposo visitava la sposa in casa del padre di lei; nel secondo la sposa andava a dormire in casa del suocero, per uscirne sull'alba del terzo, che era propriamente il giorno nuziale, e quello in cui si celebrava il matrimonio nei modi già detti altrove, della mutua compera, e della confarreazione, e con tutte le cerimonie che or ora vedremo, se non vi dà noia lo assisterci.

Le prime cerimonie erano state compiute, e non al tutto secondo gli usi romani. Rammentate che Delia era greca e che viveva in Roma da sola, fuori d'ogni potestà di parenti. Perciò il nostro Numeriano non aveva potuto andare dal padre di lei per fargli la domanda rituale: «volete voi darmi la vostra figliuola in moglie?» Neanche era stato il caso di fare per due giorni, tra le due case degli sposi, quei viavai che ho accennato pur dianzi. Erano andati dal pontefice massimo, e là, alla presenza del gran sacerdote, e di dieci testimoni, il Flamine Diale, o sacerdote di Giove, aveva sacrificata una pecora e divisa tra gli sposi la tradizionale focaccia di fior di farina. Quindi la bella etèra di Corinto se ne era tornata alla sua casa, donde il giorno seguente gli amici dello sposo dovevano andarla a levare per forza.

Era anche questa una cerimonia inutile, perchè non si trattava più d'una fanciulla, che si dovesse strappare dal seno della famiglia. Ma questa era la forma più antica e più solenne di matrimonio, a ricordo del modo in cui Romolo e i suoi celibi compagni si erano impadroniti delle belle Sabine; e Delia, poichè aveva a maritarsi, voleva fare le cose con ogni maggior pompa, a conforto della sua vanità femminile. Ora, argomentate se l'innamorato Numeriano non volesse contentarla anche in questo.