Il giovane poeta era fuori di sè dalla gioia. Quando il suo auspice giunse agli orti Ventidiani (li chiameremo ancora con questo nome, per intenderci alla bella prima), Numeriano, tutto vestito di bianco e coi capegli tagliati di fresco secondo il rito, stava disponendo ogni cosa pel sacrificio augurale di quel giorno. Un popa, specie di sacerdote beccaio, era già in attesa, coi suoi cultrarii, o sgozzatori assistenti; la vittima grugniva ai piedi dell'altare, davanti all'uscio di casa.

Lettori, io non ci metto di mio nè sal nè pepe. Si sacrificava il dì delle nozze una scrofa, simbolo di fecondità coniugale presso i Romani. Virgilio stesso ha creduto necessario di citare nel suo poema la scrofa meravigliosa, trovata da Enea sotto un leccio, presso la riva del Tevere, con trenta porcellini intorno; triginta capitum foetus enixa.

Compiuto il sacrificio nelle debite forme, di cui vi fo grazia, venne il giro di una breve refezione d'amici. Era l'ultimo addio dato da Cinzio Numeriano al suo celibato, e l'avverbio feliciter suonò da tutte le labbra, mentre si andavano vuotando le tazze.

La giornata era bella e il pranzo s'era fatto fuori della casa, in giardino, per non guastare i preparativi del triclinio, destinato alla cena nuziale. Era un bel giardino, anzi un bosco senz'altro, quello che Ventidio aveva venduto a Caio Sempronio e questi liberalmente donato al suo giovane amico. Elci, roveri e pini vi erano cresciuti fitti abbastanza per far riparo dai raggi del sole, ed altri arbusti più umili, come il biancospino, la betulla e il corbezzolo, consolavano gli occhi con le varie temperanze del verde ond'erano rivestiti.

Quello era davvero il luogo per un poeta. Fauni, Naiadi, Driadi ed Amadriadi, ci dovevano esser tutti, quei cari numi, di cui la religione pagana aveva popolate le selve del Lazio. Quei sassi coperti di muschio, quelle acque zampillanti, quegli ombrosi recessi, dovevano aver voci arcane e piene di attrattive per un seguace d'Apollo. E il nostro Numeriano prendeva moglie! Abitatrici del sacro monte, Pierie, Castalie, e comunque vi piaccia esser nomate, dove eravate voi in quel punto?

Intanto che i nostri celibi finiscono di pranzare (e più non occorre di dire che cosa fosse il pranzo dei Romani) andiamo poco lunge, caliamo dall'Esquilino verso ponente e ascendiamo il Celio, dov'è la regione più popolosa della eterna città. Lassù, presso il tempio di Tullo Ostilio, in una casetta modesta di fuori, ma arredata internamente con greca eleganza, troveremo la sposa, in mezzo ad un cerchio di amiche, intente ad ornarla per l'ultima cerimonia, e ad invidiarla per la sorte che le tocca, di doventare una matrona romana.

Delia era semplicemente vestita, come l'uso portava. Non ori, non perle, non porpora, ma solamente la stola di lana bianca, tessuta in casa, per seguitare l'esempio di Caia Cecilia. E qui bisognerà fare un po' di parentesi per raccontare chi fosse costei. Caia Cecilia, o, per dire il suo nome arcaico, Tanaquilla, era la moglie di Tarquinio Prisco, famosa per cento domestiche virtù, tra cui prima di filare e tessere la lana. Lanam fecit, diventò, dopo questa donna esemplare, il più bel vanto d'una matrona romana; portare il dì delle nozze una stola come la sua, fu obbligo a tutte le sue pronipoti. Come se ciò non bastasse, fu costume universale di assumere per quel giorno il nome di lei. Tutte le spose, nella cerimonia nuziale, si ornavano del nome di Caia.

La stola nuziale di Delia era stretta al fianco da una zona, o cingolo, di lana di pecora. Anche qui c'era la sua ragione, trovata dai teologi del tempo. Festo Pompeio vi dirà che, nella medesima guisa in cui la lana della pecora, ravvolta in gomitolo, appare tra sè congiunta, così il marito è congiunto e legato alla moglie. Troppa sottigliezza, signor Festo Pompeio! Il vero si è che la sposa, per somigliare a Caia Cecilia, doveva essere tutta vestita di roba fatta in casa; epperciò la zona non poteva non essere di lana, come lo era la stola. Il cappio di questa zona dicevasi il nodo d'Ercole (Herculaneus nodus) e lo scioglieva alla sera il marito, a titolo di buon augurio, per essere felice di molta prole, come lo era stato Ercole, famoso per molte fatiche e più ancora per avere avuto una settantina di figli, che Dio ne scampi ogni fedel cristiano.

Delia era vestita oramai di tutto punto, e i capegli biondi aveva attorcigliati e raffermati alla nuca con una piccola asta di ferro. Era l'asta di Giunone Curite, così detta dal vocabolo sabino curis, che significava per l'appunto quell'arma. I teologi di cui sopra hanno lasciato scritto che quell'asta nei capegli augurava una prole maschia, forte e bellicosa. Gli amici della storia pura vedono in questa cerimonia un altro accenno alle prime nozze romane, che furono fatte con l'armi alla mano.

Mancava ancora la ghirlanda di fiori e di verbene, e mancava il flammeo, velo finissimo che col suo colore ranciato doveva nascondere il rossore, il «color di fiamma viva» come è stato detto così bene da Dante Alighieri, che disse bene ogni cosa. Ma, per venire a quest'ultima parte dell'acconciamento nuziale, occorreva che giungessero all'uscio di strada i rapitori.