E giunsero finalmente, guidati da Tizio Caio Sempronio, che, nella sua qualità d'auspice, d'amico e di protettore, doveva avere gli onori della giornata. Delia aspettava lui per l'appunto, e, vedendo lui, non badò a Postumio Floro, ad Elio Vibenna, nè a Giunio Ventidio, che lo accompagnavano in quella facile impresa.
— È dunque vero che tu vuoi rapirmi la figlia? — disse l'amica più vecchia di Delia, che faceva presso di lei l'ufficio di pronuba.
— Sì, madre, è necessario; ed avverrà con tua buona pace, — rispose Tizio Caio, sorridendo amabilmente, — se pure non vuoi che scorra il sangue fino alle falde del Celio.
— Se lo volessi pur io, non lo vorrebbe Giunone; — mormorò la pronuba, trattenendo le risa, — E dove la condurrai tu?
— A Publio Cinzio Numeriano, che l'ha ottenuta ieri col farro e col sale, che l'ama e che la farà padrona di casa sua. Come fu portata la più bella tra le Sabine a Talassio, così noi porteremo la più bella tra le Corinzie a Numeriano.
— Talassio! Talassio! — gridarono festosamente alcuni adolescenti vestiti di bianco e inghirlandati di fiori.
Chi era questo Talassio? Rimontiamo al ratto delle donne Sabine e lo vedremo. Il fatto avvenne, come sapete, in occasione dei giuochi solenni ordinati da Romolo, in onore del Dio Nettuno equestre. Giunta l'ora della festa, e mentre i padri Sabini erano intenti ai giuochi, i giovani romani, al segno dato, corsero a rapire le fanciulle dei loro vicini. La maggior parte furono possedute da coloro che le rapirono; alcune delle più belle, come destinate a taluno dei principali patrizi, erano condotte loro a casa da certi della plebe, che di ciò (narra Tito Livio) avevano avuto commissione. Tra le quali essendo stata presa una di eccellente bellezza dalla compagnia di un certo Talassio, e domandando molti che la incontravano a chi mai fosse condotta, i portatori, perchè non le venisse fatta violenza, rispondevano ch'era di Talassio e che essi la portavano appunto a Talassio. Onde fu poi questa voce nelle nozze gridata e celebrata.
Talassio, dunque, Talassio! E mentre tutti così gridavano in coro, uno dei matrimi, che così, ed anche patrimi, erano chiamati gli adolescenti del cortèo, andato ad un'ara che ardeva nell'atrio davanti ad un simulacro di Giunone Cingia, la dea degli sponsali, v'accese la face di biancospino. Anche questa era una cerimonia d'importanza. Il biancospino era stimato di gran virtù per discacciare le malìe. Inoltre, quella face, prima che il cortèo entrasse nella casa del marito, era contesa e rapita dagli amici di lui, affinchè non avesse da estinguersi in casa, o non si conservasse, per abbruciarla poi nei funerali d'uno dei coniugi. Ambedue questi casi, come ben vede il lettore, potevano riuscire di pessimo augurio.
Postasi in fronte la corona e velata la testa col flammeo, la bellissima etèra uscì dalla sua casa sul Celio. La seguivano le amiche più fidate e gli amici di Numeriano. Andavano innanzi i giovinetti, uno dei quali, come ho già detto, con la face di biancospino, un altro con la conocchia, col pennecchio di lana e col fuso, a simbolo di ciò che la donna romana doveva fare in casa del marito; un altro ancora col cùmero, o vaso nuziale, in cui si recavano tutti gli utensili della sposa. Tutto intorno e dietro al cortèo, gran numero di curiosi, la più parte ragazzi della plebe, che aspettavano una gettata di noci dalla liberalità del marito, quando fossero giunti alla casa di lui. Talassio! gridavano tutti. Talassio! ripetevano i viandanti, che s'imbattevano nel cortèo e si tiravano da un lato per lasciarlo passare. E non mancavano le lodi alla bellezza singolare della sposa, che veramente le meritava, nè gli augurii di felicità, tutta roba che costa poco, val poco, e lascia il tempo che trova.
Così, sceso dal Celio e traversata la via Nevia, il cortèo nuziale salì all'Esquilino, per andare agli orti Ventidiani. La casa di Numeriano, davanti a cui già s'era adunata gran gente, aveva l'uscio spalancato e le mura tutte ornate a festoni di rose, di lauro e di mirto, intrecciati fra loro. Altri festoni di fiori adombravano il tabernacolo del vicino crocicchio, dov'erano esposte alla venerazione dei viandanti le immagini dei Lari compitali.