Servilio Cepione alludeva alle gambe snelle di Caio Sempronio, che certo, paragonate alle sue, così tozze e corte, potevano offrire una rassomiglianza con le tibie, che erano i flauti, o, se vi piace meglio, i clarinetti degli antichi Romani. Per altro, a Clodia Metella non facea comodo di capire l'allusione, così sciocca com'era.

— Che cosa intenderesti di dire? — domandò essa con piglio altezzoso.

— Che il povero Servilio Cepione non conta più nulla, ai tuoi occhi. Eppure, padrona mia, egli fu un tempo... un tempo!...

— Sospiri? In verità, ci hai grazia. Par di sentire il mantice di Vulcano.

— Venere si ricorda dei giorni passati nella fucina; sta bene; — ripigliò Cepione, facendo bocca da ridere. — Sii Venere adunque per intiero, e riamami un poco. Vedi, cuoricino, il tuo Vulcano ha la fortuna di non essere neanche zoppo.

— Mi fai orrore; va via! — diss'ella, schermendosi.

— Ah, ah! Siamo davvero a questi punti? — esclamò l'argentario, inarcando le ciglia e allungando le labbra con quel suo vezzo tra l'orgoglioso e il beffardo, che lo faceva rassomigliare ad uno scimmiotto quando fa le boccacce. — Tu dunque non vuoi la tua parte?

— Di che?

— Di Caio Sempronio, del tuo fido colombo. Sai, padrona mia bella? Tu lo pelavi; noi lo abbiamo arrostito.

— Non capisco.