Cepione, per altro, non volle menarle buono il suo fumo nobilesco.

— Senti, padrona mia, — diss'egli col suo tono beffardo, — lasciamo in disparte gli antenati Sabini e i Troiani. Gli uomini si conoscono dalle opere loro. Tu fa vedere che sei nobile davvero per te, non volendo aver che fare più oltre con gli straccioni. Io, domani o doman l'altro, gli fo sequestrare il suo talamègo e tutto quanto ha portato di buono con sè... anche le gioie.

— Oh, queste poi!

— Certamente; — ripigliò l'argentario, facendole il bocchino; — ma insieme con lo scrigno, o, se ti piace meglio, con la dea che le porta. —

Clodia chinò la testa e pensò. Infatti, era il caso di pensare da senno. Con quelle notizie che recava Cepione, e che del resto ella si aspettava un giorno o l'altro, la compagnia del bel cavaliere diventava un gran peso. Uscire di là, bisognava. E come ne sarebbe venuta a capo, se qualcheduno, a lei noto e interessato a servirla, non le dava una mano?

Dopo alcuni istanti di pausa, in cui il suo cervello sottile fece molte miglia di cammino, Clodia Metella alzò con piglio risoluto la fronte, e, guardando fisso Cepione, gli disse, così tra il dubbio e l'affermazione.

— La dea conserva i suoi donativi, non è egli vero? Sarebbe sacrilegio spogliarla.

— S'intende. I voti non sono essi il premio delle grazie che ha fatte la dea? E non è giusto che conservi i suoi cuori d'oro, le sue armille, i suoi monili, dopo averseli così ben guadagnati?

— Ne parleremo; — rispose Clodia, dopo un'altra piccola pausa.

— Perchè non parlarne subito? — disse Cepione. — Padrona mia, queste risoluzioni si prendono a volo. Non si tratta per l'appunto di volar via?