— Verissimo; ma senti, ecco il tuo cavaliere che torna.
— Il mio! questa è buona davvero.
— Tuo, o di Furio Spongia, o di Crispo Lamia; non siete voi altri che lo avete dissanguato? —
Il degno argentario stava già per rispondere qualche altra malignità, quando Caio Sempronio comparve nell'atrio, con la sua baldanza negli occhi e col sorriso sul labbro.
CAPITOLO XIX. Siamo agli sgoccioli.
Clodia Metella si era prontamente ricomposta con quella balìa di sè, che è propria delle donne. Non se l'abbiano a male, di grazia, le mie buone lettrici. Io penso che sia una virtù il sapersi padroneggiare, così nelle piccole cose come nelle grandi, e se è vero che la necessità aguzza l'ingegno dell'animale pensante, come svolge e perfeziona l'istinto del bruto, si può ben dire che la soggezione in cui, da che mondo è mondo, fu sempre tenuta la donna, le abbia appunto accresciuta la virtù del dissimulare, e data in pari tempo la scusa.
Quanto a Servilio Cepione, il nostro vecchio argentario ci aveva un grugno così fatto, che poco ci voleva a nascondere i moti nell'animo. Il sorriso e la smorfia erano tutt'uno per lui.
Caio Sempronio rimase un po' sconcertato alla vista inattesa del suo ippopòtamo. Ma infine, quella medesima qualità che più doveva dargli molestia, poteva anche rendergli gradita la presenza di lui. Era un creditore. Ora, coi creditori, non ci son vie di mezzo; o sprofondarsi in inchini, o buttarli dalla finestra. Almeno, questa è l'opinione dei debitori, che in questa materia sono i giudici più autorevoli. Caio Sempronio, debitore maraviglioso, non poteva onestamente appigliarsi al secondo partito, anche per la ragione che incominciava a trovarsi al verde, e, alla vista di Servilio Cepione, gli parve che gli si presentasse la fortuna, col corno dell'abbondanza tra mani.
Lo accolse dunque benissimo, e gli mosse incontro con le braccia distese.
— Oh Cepione! Che buon vento ti ha condotto tra noi?