— Poveraccio! — diss'egli tornando nel tablino, ove Clodia Metella attendeva ad alcuno di quei nonnulla, che le donne chiamano lavori, mentre non sono altro che passatempi. — È un avaro, uno strozzino; ma in fondo in fondo è migliore della sua fama. —
Il nostro cavaliere vedeva tutto color di rosa, in quel giorno.
— Padrona mia dolce, — soggiunse egli, — sono stato fuori un po' troppo. Ma la colpa fu del lavoro, che non era finito. Ecco il tuo diadema. Va bene così?
Clodia ammirò, e si volse a guardare il giovine col più lusinghiero dei suoi dolci sorrisi.
Ora, chi nol sa? i sorrisi d'una bella donna si bevono, e scendono al cuore più soavi dell'ambrosia, o del nèttare. «Niente è più dolce del miele» ha detto Salomone; e certo l'autorità è grande, nè si può così leggermente contraddirgli. Pure, io porto opinione che il sapientissimo re non badasse troppo a quel che diceva. Se ci avesse pensato un pochino, metto pegno che si sarebbe ricordato. Poffaremmio! Che tra i mille sorrisi raccolti nel suo palazzo (e dico mille, perchè ne ha tenuto il conto la storia), non ce n'avesse uno da valer più d'un favo di miele?
Caio Sempronio bevette senz'altro quel sorriso di Clodia, e nella dolcezza ond'era tutto compreso dimenticò ogni sopraccapo.
— Mia bella amica, — le bisbigliò quindi all'orecchio, — io ti amo. E tu? —
Clodia Metella non rispose. Ma fece meglio; gli gettò le braccia al collo.
— Dopo tutto, è un bel giovane; — pensò la bella patrizia, che se ne intendeva. — Peccato che non sia più ricco! —
Fu quella l'orazione funebre agli amori di Tizio Caio Sempronio. Ma che importava ciò, se il morto era calato nel monumento con una ghirlanda di rose?